2014 Ghigo di Prali maggio

SESSHIN GHIGO
16-18 MAGGIO 2014

Zazen 16-05-2014 kusen ore 07,00

Fin dall’inizio di zazen, concentratevi completamente sulla vostra postura di zazen, non lasciatevi sedurre dai vostri pensieri.
Portate tutta la vostra attenzione sulla verticalità della schiena; il bacino è ben inclinato in avanti e si prende fermamente appoggio con le ginocchia sul suolo; il ventre è rilassato e, a partire dalla vita, si tira bene la colonna vertebrale e la nuca, come per spingere il cielo con la sommità della testa. Le spalle sono ben rilassate e il mento è rientrato, cioè tirato verso l’indietro. Ciò sprigiona una forte energia nella nuca e stimola il cervello profondo e il centro della vigilanza. Il viso è rilassato e anche la fronte e le mascelle. La lingua è contro il palato. Se vi concentrate sul contatto della lingua contro il palato, questo aiuterà a calmare il dialogo interiore, senza fare sforzi per sopprimere i pensieri. Se la vostra attenzione è posta su un punto del corpo, come il contatto della lingua contro il palato, diventa naturale non porre più l’attenzione sui pensieri, ma sul corpo, ritornando così a pensare con il corpo e non più solo con la testa; e questo pensiero con il corpo tutto intero non crea separazioni, divisioni. Un punto importante in zazen è di non sopprimere i pensieri, ma di smettere di attaccarsi ad essi lasciandoli andare.
Lo sguardo è posato davanti a sé, sul suolo. Non si chiudono gli occhi, non c’è bisogno di chiudere gli occhi per concentrarsi perché se non ci si attacca agli oggetti della vista, questi oggetti non disturbano la concentrazione; come per i pensieri, se non ci si attacca ai pensieri, i pensieri non disturbano la concentrazione di zazen, passano rapidamente, come nuvole nel cielo.
Questo vuol dire che non c’è bisogno di escludersi dal mondo dei sensi per essere concentrati, per praticare la meditazione di zazen. Per questo si può praticare nella vita quotidiana, nel mondo sociale. Non si rigettano i fenomeni, semplicemente li si vede in modo diverso, in un modo che non crea attaccamento, perché se ne vede la vacuità, cioè l’impermanenza, che è completamente evidente quando si fa zazen; e lo spirito si armonizza con questo, non rimanendo su niente, né sui pensieri né sulle sensazioni, né sulle percezioni; ci si accontenta di prenderne coscienza al momento della loro apparizione e di lasciarle passare.
Infine, ci si concentra sulla posizione delle mani: mano destra nella mano sinistra, pollici orizzontali che formano un grande ovale con gli indici, e il bordo delle mani in contatto con il basso ventre. In questa posizione le mani non fabbricano niente e non afferrano niente. Allo stesso modo, lo spirito non fa più niente. Non facciamo più niente, ci accontentiamo di essere semplicemente seduti, corpo e spirito abbandonati nella seduta di zazen. Allora, zazen stesso diventa risveglio e realizzazione, risveglio alla vera natura dell’esistenza e realizzazione di questo risveglio armonizzandoci con esso. Si continua zazen senza cercare di rifiutare o afferrare alcunché, allora lo spirito ritrova la sua pace originale e la vera libertà, il nirvana, qui ed ora.

Zazen 16-05-2014 kusen ore 11,00

Durante zazen, restate attenti alla vostra respirazione. Quando inspirate, siate totalmente uno con l’inspirazione e, quando espirate, siate totalmente uno con l’espirazione. Cioè corpo e spirito totalmente in unità con la respirazione: è il modo migliore per ritornare al qui ed ora della nostra esistenza reale e quindi abbandonare le nostre fabbricazioni mentali. Finché si seguono i pensieri, finché ci si attacca a queste fabbricazioni mentali, si è centrati sul proprio ego, cioè su un modo di essere separato da tutto l’universo. L’ego si costituisce a partire dal pensiero dualista, a partire dal fatto che si dice “io” “mio”, e si oppone questo “me” “io” a te, a voi, agli altri in generale. Ci si attacca ad una certa idea che ci facciamo di noi stessi che viene chiamata la propria identità, mentre in realtà questa non è mai identica, cambia continuamente, è interdipendente con tutto l’universo, ma ci attacchiamo a questa finzione di ego separato.
In zazen, si abbandona questo modo di pensare dualista e allora, si scopre una realtà più profonda, la realtà della nostra vita senza separazione, della nostra vita in totale interdipendenza con tutti gli esseri, che è propriamente la natura di Buddha. In zazen non soltanto lo si comprende, ma lo si realizza, lo si pratica lasciando la presa su tutti i pensieri separati. Allora si crea un’apertura alla realtà della nostra vita in comunione con tutto l’universo, ci si sente solidali con tutti gli esseri, fondamentalmente non diversi e mai separati. E questo lascia il posto allo spirito di compassione, di benevolenza nei confronti di tutti gli esseri. È da questa esperienza che nascono i grandi voti del Bodhisattva. La coscienza Hishiryo di Zazen, la coscienza al di là di tutto il pensiero separato è la fonte dei quattro grandi voti del Bodhisattva.
Alla fine di questa Sesshin ci saranno sette nuovi Bodhisattva; questo è un avvenimento fortunato, felice, perché fondamentalmente i Bodhisattva fanno il voto di alleviare la sofferenza di tutti gli esseri, di contribuire al loro risveglio e, quindi, alla loro felicità.
Ogni mattina e ogni sera, dopo lo zazen, cantiamo lo Shigu seigan mon: shujo muhen sei gan do. Per quanto numerosi siano Shujo, gli esseri sensibili, faccio il voto di liberarli tutti o di aiutarli a liberarsi, a risvegliarsi. Quando si pensa profondamente a questo voto, ci si dice che è un voto impossibile da realizzare completamente e quindi, a causa di questo, alcuni esitano a chiedere l’ordinazione a Bodhisattva, dicendosi che non potranno mai realizzare il primo voto. Eppure questo voto dà una direzione potente alla nostra esistenza, le dà il suo vero senso.
Come si può essere utili agli esseri viventi, agli esseri sensibili?
Come posso mettermi al servizio degli altri, della natura, di Buddha, di Dio, di tutto ciò che è al di là di me? Evidentemente abbandonando il proprio ego egocentrico. Con il proprio ego non si può veramente salvare nessuno. Ma, abbandonandolo, non attaccandovisi più, non sono più io che pratico, è Buddha o Dio che pratica in me. Quindi è il Buddha o Dio che fa il voto di salvare tutti gli esseri e, alla fine, tutti gli esseri sono salvati dalla loro propria natura di Buddha. Perché la vera natura della nostra esistenza è completamente libera, completamente risvegliata fin dall’origine, in tutti, in totale unità con la realtà, e quindi non le manca niente. Allora, non c’è bisogno di essere avidi, egoisti, né tanto meno, violenti. Non si può che condividere questa realizzazione della vita al di là del nostro piccolo ego; è il senso profondo del primo voto del Bodhisattva, è la risposta alla prima nobile verità del Buddha: l’esistenza è sofferenza, dukka, e la causa di questa sofferenza è l’illusione, la mancanza di risveglio; ma Buddha ha dimostrato che è possibile risvegliarsi perché abbiamo già la natura del risveglio e ha mostrato il cammino, la Via. Lui stesso era un grande Bodhisattva e coloro che desiderano diventare Bodhisattva, seguono la Via che ha mostrato. Questo diventa come una bussola che orienta, che dà la direzione giusta alla nostra esistenza.
Allora tutti i fenomeni che incontriamo sono occasioni di approfondire questo risveglio con gli altri, in particolar modo con il Sangha e ancora più e in particolar modo nella Sesshin, che può diventare così il modello per la vita giusta, la vita che non è più condizionata dal karma, ma orientata dai voti del Bodhisattva.

Zazen 16-05-2014 kusen ore 16,30

Durante zazen appare ogni sorta di illusioni, e anche nella vita quotidiana, ma in tal caso le notiamo meno.
In zazen tutti i nostri pensieri, i nostri desideri, le emozioni sono rischiarati dalla coscienza Hishiryo di zazen. Non ci attacchiamo ad essi, ma ci accontentiamo di rischiararli. E così si scopre in noi il seme di tutti i bonno. Allora non si può più essere arroganti, non si può più giudicare gli altri o criticarli; non si può che praticare l’umiltà. Il maestro Deshimaru diceva spesso che zazen è una grande confessione davanti a Buddha.
Questi bonno sono causa di tutte le sofferenze e quando si fa il primo voto del bodhisattva, quello di salvare tutti gli esseri dalla sofferenza, vuol dire salvarli dai loro bonno che sono la causa di tutte le sofferenze. E se si fa il secondo voto di rischiarare tutte le sofferenze e risolverle in noi stessi, vuol dire che siamo molto lontani da averle tranciate; vuol dire che abbiamo ancora molti bonno, altrimenti non si farebbe il voto di risolverli tutti. Se questi bonno sono innumerevoli, bonno-mujin, come si può tranciarli tutti?
In effetti non li si trancia veramente, ma rischiarandoli, vedendone la vacuità, non se ne è più posseduti. Li si può vedere apparire senza seguirli. Essere liberati dai bonno non significa sopprimerli, ma non dipenderne più, non lasciarsi più condizionare da essi. Si può provare, per esempio, un grande desiderio ma non si è necessariamente obbligati a soddisfarlo. Ci si accontenta di rischiarare i bonno, di renderli trasparenti. Allora possiamo infischiarcene di essi e di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di tutta la saggezza del Buddha. Per questo facciamo il terzo Voto: “Per quanto numerosi siano gli insegnamenti faccio voto di acquisirli tutti, per quanto numerose siano le porte del Dharma faccio voto di attraversarle tutte”. Le porte del Dharma sono le porte che, una volta che le si attraversa, si è liberati. Sono porte che danno verso la libertà. Tutti gli insegnamenti del Buddha sono insegnamenti liberatori: ci insegnano ad armonizzarci con il Dharma, cioè con la realtà ultima, ci insegnano a vederla, ad accettarla, ad armonizzarci con essa, a vedere l’impermanenza di tutti i fenomeni, di tutto ciò che costituisce la nostra vita, con una accettazione profonda, ritrovando uno spirito fluido che non dimora su niente. Ed è un buon esempio di questo l’acqua di un torrente di montagna che discendere il pendio aggirando tutti gli ostacoli. E’ la via dell’acqua. E’ una delle grandi porte del Dharma.
I Dharma non sono solo i sutra, gli insegnamento del Buddha: la natura ci da dei grandi insegnamenti, ce li mostra, se si è recettivi. Ad esempio: in autunno le foglie cadono e non cercano disperatamente di rimanere attaccate all’albero.
Per vedere queste porte del Dahrma bisogna essere capaci di ricevere l’insegnamento. Bisogna sviluppare uno spirito ricettivo, cioè uno spirito che accetta di rimettere in questione le sue opinioni, i suoi pregiudizi, i suoi attaccamenti. Ed è zazen che ci insegna ciò. E’ zazen che ci permette di aprire tutte le porte del Dharma, perché esso stesso è la grande porta del Dharma, la porta della liberazione da tutti i bonno ed è per questo che per quanto essi siano innumerevoli si può fare voto di rimediarvi, perché diamo fiducia a zazen.
La fede in zazen è il punto essenziale per progredire sulla Via. Non vale tanto la pena di avere fiducia in se stessi ma si deve avere fiducia in qualche cosa che è infinitamente più potente di noi, e rimetterci a questo con fiducia. Ciò è quello che facciamo praticando zazen.

Mondo 16-05-2014 ore 17,30

Se avete una domanda non esitate, alzate la mano e venite a porla.

Domanda 1:
La mia domanda è sul Sangha. In apparenza è teorica, ma è anche molto personale. Tu insegni che il Sangha è uno dei tre gioielli al pari del Dharma, con lo stesso valore, credo. Il Dharma si incontra non come pura dottrina ma incarnato in uomini, comunità, che lo trasmettono, ma a me sembra che bisogna distinguere fra il Sangha, il suo valore, il significato ideale, e l’organizzazione del Sangha, che è nata storicamente, mutata storicamente e che mi sembra debba piuttosto rientrare nella categoria dei mezzi abili, dei mezzi utili.

R: Allora la domanda qual è?

D: Ecco arriva la domanda… La mia domanda è sull’organizzazione del Sangha che generalmente è incentrata su figure carismatiche, titolate e su strutture gerarchiche. Ecco, la mia domanda è su queste forme organizzative, ricorrenti storicamente; le gerarchie custodiscono il Dharma e anche disciplinano gli uomini, limitano i narcisismi personali; ma i narcisismi sono un demone molto infido e le gerarchie spesso li alimentano, paradossalmente. E, d’altronde, senza gerarchie si può correre il rischio di aprire le porte a tutti i narcisismi personali. Ecco, mi fermo qui.

Risposta: Ma, il fatto che il narcisismo si manifesti all’interno di quella che tu chiami la gerarchia del Sangha, concretamente è per il fatto che le personalità del Sangha vogliono avere delle responsabilità e si sentono onorate quando le hanno e si attaccano al potere. E’ anche per questo il fatto che il Sangha è un tesoro, perché quando questo tipo di fenomeni si riproducono tutto il Sangha lo può notare. Dunque, è come in zazen. In zazen si vedono apparire le nostre illusioni e nel Sangha si vedono, attraverso il comportamento degli altri, apparire le loro illusioni. Ma, il fatto che la comunità sia un tesoro è che la comunità segue lo stesso Dharma; senza il Dharma non c’è Sangha ma il Dharma illumina gli errori, anche all’interno del Sangha. Per questo è necessario che ognuno ricerchi costantemente il Dharma e che, soprattutto gli insegnanti facciano uno sforzo costante di rischiarare i fenomeni che si riproducono all’interno del Sangha alla luce del Dharma. Per esempio, è quello che faceva costantemente il Maestro Deshimaru. Quando ci si riuniva intorno a lui in modo informale, per esempio per bere un bicchiere la sera, si cominciava a parlare di quello che succedeva nel Sangha, e molto rapidamente lui mostrava le illusioni che si erano manifestate e che in ogni caso lui aveva notato. E quindi, la funzione principale degli insegnanti è fare uscire le illusioni. Questo implica anche di essere capaci di rischiarare noi stessi le nostre illusioni, soprattutto quando si è insegnanti. Questa era una delle grandi capacità del Maestro Deshimaru, ed in questo bisogna imitarlo perché anche se si è uno Shusso, un Tanto, un Godo si è costantemente in cammino, sempre in cammino. E dunque dobbiamo costantemente rischiarare i nostri propri narcisismi. Ma, in ogni caso, anche se noi non lo facciamo lo fanno gli altri, ed è questo che è prezioso nel Sangha.

D: E nel caso manchi una figura magistrale, in questo modo il Sangha diventa prezioso perché tutti, indipendentemente dalle ordinazioni, tutto il Sangha è chiamato, in un certo qual modo dialogando, a fare emergere i narcisismi?

R: Sì ma li possono far apparire perché seguono lo stesso insegnamento, ma è necessario che ci sia un maestro all’interno del Sangha. Anche se il maestro non c’è, ed è per esempio un gruppo di zazen, nonostante questo il gruppo di Zazen segue l’insegnamento di un maestro. E colui o colei che insegna all’interno del gruppo si rifà al Dharma, quindi l’insegnamento è presente. Deve essere presente, altrimenti non è un Sangha.

Altre domande?

Domanda 2:
Io volevo chiedere perché c’è questa decisione di essere vegetariani? Perché da un lato c’è l’etica di non uccidere gli animali come non si uccidono le persone, dall’altra c’è il lato estremamente salutistico dell’essere vegetariani. Ho letto molte cose sul vegetarianesimo per esempio che, oltre ai filosofi greci, molti erano vegetariani: Leonardo Da Vinci che non era proprio un imbecille era un vegetariano…

R: Qual è la tua domanda?

D: La mia domanda è perché si deve essere vegetariani? È giusto – cioè lo sono diventato anche io mentalmente oltre che solo qua, perché è giusto – ma per quale motivo Buddha ha detto di essere vegetariani?

R: Per rispettare il precetto di non uccidere. E se non si rispetta questo precetto, per esempio mangiando carne, si coltiva in se stessi il seme della violenza, perché si contribuisce al massacro degli animali – anche se non lo si vede perché non si va a visitare i mattatoi.

D: Questo lo capisco, però il fatto ad esempio di non bere latte la mattina, cioè i bambini bevono il latte della mamma… Le mucche sono contente se vengono munte…

R: Il fatto di essere vegetariani non impedisce di bere il latte, non bisogna confondere l’essere vegetariani con il veganesimo.

D: No, perché qua non lo si beve, allora pensavo al fatto del veganesimo. Visto che qui a colazione si mangia altro…

R: Per esempio ieri sera abbiamo mangiato formaggio.

D: Ah già è vero!

R: In ogni caso, anche per ciò che riguarda il vegetarianesimo non bisogna attacarvisi troppo. A volte è anche possibile mangiare un po’ di carne e un po’ di pesce. Nel buddhismo non si è strettamente vegetariani. – Alcune sette indù invece sono strettamente vegetariane. – Per esempio, ai monaci non è vietato mangiare carne, ma non bisogna che un animale sia ucciso per noi, in particolar modo per noi. È chiaro che se mangiamo carne vuol dire che l’animale è stato ucciso… Meglio è non mangiarlo. Penso che si debba restare nella via di mezzo. Cioè mangiare carne il meno possibile.

D: Vegetariani al 99% è la filosofia giusta.

R: Voilà. Non fanatici. Altrimenti diventa un nuovo attaccamento.

Altre domande?

A questo proposito c’è una frase molto bella del Cristo: “Le persone che hanno dei divieti alimentari – si riferiva agli ebrei del tempo – si preoccupano di ciò che entra nella loro bocca, ma dovrebbero fare attenzione a ciò che ne esce”…

Domanda 3:
Ho una domanda che riguarda il Kusen di poco fa. Tu parlavi delle illusioni, del ridere delle illusioni; per esempio questa è la funzione del teatro: quando si va al cinema o al teatro, è l’occasione di vedere le nostre illusioni sullo schermo o sulla scena; è quella che si chiama la catarsi. Per me è difficile ridere di certe illusioni. Per esempio, adesso sto gestendo delle situazioni amministrative a cui non sono abituato e sono un po’ angosciato. Con la pratica mi accorgo dell’angoscia e va molto meglio, ma non ho mica voglia di riderne, rispetto la paura. E, a livello di sentimenti, di legami con le persone, sento che per me a volte ci sono attaccamenti, ma il sentimento, la fedeltà verso le persone per me è una cosa seria, non ho mica voglia di riderne….
Risposta:
Ma non ho mica detto che si deve ridere di tutto, ho parlato di ridere delle proprie illusioni. I sentimenti non sono forzatamente delle illusioni…- a volte sì, dipende, possono diventare illusione: il sentimento può tradursi in un attaccamento eccessivo e divenire causa di sofferenza per se stessi e per l’altro. Allora, se si è sulla Via del Risveglio, la Via del Buddha, in quel momento, se si può arrivare a vedere in quale trappola si è entrati, e vedere a quale punto ciò è stupido e ridicolo per chi è sulla Via della liberazione, allora se si può arrivare a ridere di se stessi, è liberatorio.
Detto in altro modo, si tratta di ridere dei propri sentimenti, non della sofferenza degli altri, non di ciò che ha valore. Non si deve ridere dei grandi valori morali che rispettiamo.

D: Per me è mischiato, c’è un attaccamento forse eccessivo. Per me ad un certo punto è un Koan, non è il momento di dire: “E’ veramente un attaccamento?”
Si deve tendere verso la situazione in cui uno ne ride?

R: Non ci si deve attaccare al ridere. Ho usato questa espressione, ma il ridere non deve diventare un’ossessione. Non si deve pensare che si debba ridere di tutto, ma essere capaci di non prendere se stessi troppo sul serio.

D: Devo scrollare le spalle?

R: Guardare che si è sulla Via della saggezza ma si è ancora lì! Questo rende più leggero…
Il problema è che quando s’insegna qualcosa, i discepoli che ascoltano prendono ciò che si è detto volendone fare una regola generale – questo non è riferito soltanto a te – lo vedo molto spesso: quando si evoca un comportamento si vorrebbe che fosse sempre così, come una sorta di ricetta. Allora, si pensa che si debba fare sempre così; Ma io dico: “Dipende!”. Ci sono momenti per ridere, ci sono momenti per non ridere. Ad ogni modo, quando si arriva a ridere di se stessi è generalmente una buona cosa; e poi fa bene, ci si sente meglio.
Ci sarà un altro Mondo domani pomeriggio, fermiamoci qui.

Zazen 17-05-2014 kusen ore 07,00

Durante zazen continuate a concentrarvi bene sulla postura del vostro corpo e, invece di seguire i vostri pensieri, seguite i movimenti della vostra respirazione. E’ il modo migliore di ritornare alla realtà della nostra vita, qui e ora e di armonizzarci con il Dharma del Buddha. Quando si é assorbiti dalla concentrazione sulla postura del corpo, l’ego è completamente abbandonato e il vero Sé si realizza: l’esistenza in unità con tutti gli esseri dell’Universo. In questo stato senza separazione non manca niente. La radice di tutti i desideri è tranciata, non perché li si è respinti o repressi, ma perché il nostro vero e più profondo desiderio è realizzato: vivere qui e ora in armonia con la nostra vera natura, la nostra natura di Buddha. Così tutti i Voti sono realizzati in un solo istante di zazen. Il Voto più importante è di continuare zazen in eterno, perché zazen stesso realizza tutti i Voti. Se si riflette sui Voti, sembrerebbe necessario un tempo infinito per realizzarli, un tempo infinito per salvare tutti gli esseri, per rimediare a tutti i bonno, a tutte le illusioni, per ottenere tutti i Dharma, tutti gli insegnamenti, per realizzare la Via del Buddha che è perfetta. Quando ci si concentra sulla pratica di zazen, la Via è realizzata qui e ora, al di là di tutti i pensieri.
Se ci si vuole armonizzare con la Via usando la nostra coscienza personale, il mentale, è molto difficile; se ci si concentra sulla pratica con il corpo, ci si armonizza inconsciamente e naturalmente con la Via: ci si armonizza naturalmente con l’impermanenza, realizzando lo spirito che non rimane su niente; ci si armonizza naturalmente con la vacuità di tutte le nostre costruzioni mentali, lasciando la presa su esse. Quando l’ego è abbandonato, la radice di tutte le sofferenze è tranciata e il risveglio è realizzato. Questo risveglio influenza inconsciamente e naturalmente tutti gli esseri.

Zazen 17-05-2014 kusen ore 11,00

Quando pratichiamo profondamente zazen, realizziamo la nostra profonda unità con tutti gli esseri, perché la mente dualista che ci separa da essi è abbandonata. L’ego stesso è abbandonato. Così lo spirito di grande compassione appare. E’ questo spirito che ci porta a pronunciare i Quattro Grandi Voti del Bodhisattva. Questi voti sono talmente grandi e infiniti che non li possiamo realizzare da noi stessi. E’ per questo che prendiamo rifugio nei Tre Tesori: il Buddha, il Dharma, il Sangha. Questo vuol dire che prendiamo Buddha come maestro. Anche se riceviamo l’ordinazione dal nostro maestro, egli agisce in quanto successore del Buddha Shakyamuni e trasmette l’ordinazione in nome di Buddha e attraverso l’ordinazione noi siamo collegati a Buddha e a tutti i suoi successori. Così è Buddha e tutta linea di successione dei maestri che ci aiuta a realizzare i nostri Voti di bodhisattva e, fondamentalmente, ciò avviene attraverso l’esempio della loro vita e della loro pratica. Dopo il risveglio, la vita del Buddha è consistita unicamente nell’aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza, e il Dharma, il suo insegnamento, è il mezzo attraverso il quale viene realizzato questo voto di compassione.
Il buddhismo, l’insegnamento del buddhismo non è una filosofia astratta. E’ la trasmissione della saggezza di Buddha. E’ per questo che quando prendiamo rifugio nei Tre Tesori diciamo: “Prendiamo rifugio nel Buddha con tutti gli esseri. Insieme a tutti gli esseri si possa comprendere con il nostro corpo la vita cosmica che conduce al risveglio più alto”. Tutto ciò che noi pratichiamo, tutto ciò che facciamo, lo facciamo con tutti gli esseri, sentendoci costantemente collegati a essi, e a loro noi dedichiamo tutti i meriti della nostra pratica. Questa pratica è ciò che ci permette di comprendere con il nostro corpo: il Dharma deve essere compreso ma anche realizzato intimamente attraverso tutto il nostro corpo. Con la testa è facile comprendere l’insegnamento, ma una comprensione intellettuale è del tutto insufficiente per quanto concerne il Dharma. Anche se si studiano i sutra, anche se si comprendono bene le Quattro Nobili Verità, se non si è capaci di praticarle nella nostra vita quotidiana attraverso tutto il nostro corpo, non si è veramente compreso. Molto spesso ci accorgiamo di sapere ciò che è bene e ciò che si dovrebbe fare, ma facciamo invece il contrario perché abbiamo ancora molti condizionamenti dovuti al nostro karma passato. E’ la ragione per la quale ripetere la pratica di gyoji è fondamentale; è fondamentale ripetere le sesshin, vivere la vita quotidiana in unità con lo zazen, ripetere questa pratica costantemente. E’ ciò che permette di vivere sempre più come Buddha, vivere come degli autentici bodhisattva, degli essere del risveglio. Quindi tutto il senso della vita è di condividere questo risveglio con tutti gli esseri. E’ per questo che nel San Kirai Mon noi cantiamo: Tai ge dai do, hotsu mujo i. Tai ge vuole dire comprendere attraverso il corpo, e di conseguenza realizzare, incarnare, diventare veramente ‘uno con’, con dai do, la grande Via, il grande risveglio, do vuol dire anche risveglio. E’ al tempo stesso la Via, il cammino e la realizzazione, perchè la realizzazione risiede nel nostro modo di camminare, di procedere. Gyo, praticare, vuol dire anche andare, andare al di là dell’al di là del nostro spirito limitato e aprirsi alla grande Via, all’Ordine Cosmico. Hotsu mujo i vuol dire dando origine allo spirito del risveglio, lo spirito più elevato, cioè lo spirito che aspira a realizzare il risveglio con e per tutti gli esseri. E’ il senso più elevato che si possa dare alla propria esistenza. Noi abbiamo questa occasione unica di essere nati in forma umana e di aver incontrato il Dharma del Buddha. Quindi non sprechiamo questa occasione, non perdiamo il tempo prezioso di questa vita, concentriamoci a praticare la via la più elevata, in modo da vivere senza alcun rimpianto, senza rimpiangere di esserci lasciati sfuggire l’essenziale.

Mondo 17-05-2014 ore 17,30

Domanda 1:
Ieri, se ho capito bene, hai detto che è molto più importante la fede in Zazen che non la fiducia in se stessi. Ma, senza fiducia in se stessi, si può avere la fede? O questa fede è una fede che si realizza quando l’ego è completamente abbandonato
?
Risposta: Se per avere la fede bisogna abbandonare completamente l’ego, non ci sarebbero molte persone che avrebbero fiducia in zazen. Abbandonare completamente l’ego è realizzare il risveglio, diventare Buddha. Allora, è evidente che il fatto di avere fede in zazen significa avere fiducia nel fatto che zazen ci può portare verso una dimensione molto più profonda e felice nella nostra vita, più che seguire i desideri del nostro piccolo ego. Il nostro ego è molto limitato, quindi avere fiducia nell’ego è quasi un’illusione, è un’illusione. Con questo non voglio dire che non si debba avere fiducia in se stessi ma bisogna avere una fiducia limitata, realista.

D: Quindi camminano vicine fede e fiducia?

R: Sì, penso che se si ha fede in zazen, zazen ci rende più forti nella vita. E l’ego che segue zazen forzatamente diventa meno forte ed è più in armonia con la realtà e meno illusorio. Per esempio, nella società ci sono persone che hanno un ego forte, ma fondato completamente sull’illusione che il successo coincida con l’avere molto potere, molto denaro. E le persone così piene di ego, apparentemente sono forti e hanno successo, ma, in effetti tutto ciò è basato completamente sull’illusione. Queste persone sono a rischio di grande depressione quando qualcosa, ad esempio un accidente, mette a rischio il loro successo, perché dipendono da qualcosa che è impermanente, senza sostanza senza radici profonde ancorate in qualcosa di più profondo.

D: Quindi diciamo che avere fiducia in se stessi è importa perché ti permette comunque di fare l’esperienza e dall’esperienza può nascere la fede? Perché sennò la fede può diventare cieca?

R: Sì, certo. Nell’insegnamento del Buddha ci sono due fondamenti che sostengono la pratica: la fede e la comprensione. Per le persone poco intelligenti ma con una grande fede – quella che tu chiami la fede cieca – questa fede cieca può portare a fare molti progressi spirituali. Alla fine la pratica rende intelligenti perché ci dà un’intelligenza più profonda nella vita. Al contrario, ci sono persone molto intelligenti che capiscono subito la verità dell’insegnamento del Buddha, appena leggono un libro dicono “Ah, questo è vero” ma fanno fatica a praticare, perché sono troppo nella testa. Una volta che hanno capito il concetto, l’idea, beh questo basta, ed il fatto di aver capito per loro è sufficiente, e fanno fatica a fare lo sforzo di radicarsi nella pratica. Persone meno intelligenti non capiscono veramente l’insegnamento, ma sentono che bisogna praticare, hanno fiducia. E questi hanno più possibilità di riuscire nella Via, perché si concentrano completamente sulla pratica e tutto ciò che apprendono o comprendono lo fanno completamente con tutto se stessi, anche se non hanno letto molti libri possono sviluppare una vera saggezza, mentre le persone molto erudite che hanno capito tutto del Buddhismo ma in definitiva hanno praticato poco mancano di radici e alla fine sono meno saggi, meno profondamente saggi. L’ideale evidentemente è l’equilibrio tra le due cose, l’equilibrio, l’armonia fra i due approcci.

C’è qualche altra domanda? .

Domanda 2:
Io volevo chiedere a riguardo del Kusen di ieri, se è possibile distinguere le illusioni dalle non illusioni e come il concetto di giusto e sbagliato sia legato alle illusioni.

Risposta: L’illusione fondamentale è di non capire l’impermanenza e la vacuità di tutto ciò che costituisce il nostro ego e di tutto ciò che costituisce, in effetti, tutta la realtà, tutto l’ambiente. I due Sigilli del Dharma, le due verità più forti affermate dal Buddha sono: “Tutto ciò che esiste, tutto ciò che è apparso scomparirà perché tutto ciò che esiste, esiste a causa di differenti cause e condizioni che hanno prodotto questa esistenza”. Questo è vero per un microbo, ma è vero per tutto l’universo, per il nostro universo dal Big Bang. Ci sono un certo numero di cause e condizioni che hanno fatto sì che questa esistenza apparisse, che sia un microbo o il sistema solare o l’intero universo. In questo senso il Buddha era molto moderno. È stato il primo pensatore ad enunciare il principio della legge scientifica, la legge di causa ed effetto e la legge dell’interdipendenza. Allora, questo significa che tutto ciò che esiste non ha sostanza propria, non esiste da sé, ma esiste a causa di condizioni. E questo si applica in primo luogo a noi stessi: siamo nati a causa di un certo numero di condizioni; ciònonostante, alla nostra nascita ci è stato dato un nome, siamo riconosciuti dai nostri genitori, dalla famiglia come individui, si impara a parlare e a dire: “Io, me”, “Tu, Stefano” e ci si identifica a poco a poco con il proprio personaggio attraverso il contatto con gli altri. Quando questo diventa illusione? Quando si crede che questo me, questo io esista di per sé e sfugga all’impermanenza. Nessuno crede che non morirà, ma per la maggior parte del tempo viviamo come se non dovessimo morire. Allora, l’illusione è il non tener conto dell’impermanenza e della vacuità.
Ci sono ogni sorta di illusioni, ma l’illusione principale nel Buddhismo è questa; è come se ci illudessimo a proposito della vera natura della nostra esistenza; questo produce quello che chiamiamo egocentrismo e quindi anche egoismo e infine, angoscia ed insicurezza. Anche se abbiamo questa illusione, in fondo a noi stessi ci rendiamo conto che è una illusione, anche se non ce lo diciamo. Facciamo ogni sorta di sforzo per non vederla, in cerca di maggior sicurezza. In psicologia c’è il concetto del falso io, falso ego. In ogni caso, anche il falso ego, come si dice, è falso.
Questa è l’illusione fondamentale, l’ignoranza di queste due grandi leggi, di queste due verità: l’interdipendenza e l’impermanenza e, dal momento che non si riconosce questa realtà, c’è sofferenza ma invece, quando la si riconosce, soprattutto quando la si accetta, quando, come dico sempre durante zazen, si accetta di avere uno spirito che non si attacca a niente, non dimora su niente, che non sceglie, che è come l’acqua del torrente che scorre, in quel momento c’è liberazione e una felicità profonda di esistere in armonia con tutto il cosmo perché veramente si vive in armonia con la realtà e non con qualcosa di illusorio.

R: Dove pratichi? – A Fossano, con Lucio. Grazie…

Domanda 3:
Chiedo a proposito dell’ultima domanda cui la mia domanda è addirittura agganciata, anche se non l’avevo pensato prima. Io ultimamente parlo con delle persone del fatto che pratico zazen e, ovviamente, non praticando da tanto tempo tante cose non posso ancora saperle. E quando parlo, per esempio con le persone cattoliche, cerco di spiegare cosa facciamo nello Zen. Loro sono convinti che lo Zen sia in conflitto con le loro credenze. E anche quando parlo con degli atei loro credono la stessa cosa, così ho l’impressione che sia molto difficile essere Bodhisattva quando la maggior parte delle persone hanno delle credenze che sono ovviamente principalmente credenze contro lo Zen.

Risposta: Io credo che il tuo errore sia parlare dello Zen.

D: Ok… Ma come Bodhisattva uno non deve magari provare a parlarne?

R: Bisogna parlare di zazen.

D: Sì, parlo di zazen, di quello che faccio.

R: Bisogna fare come Ezio a cui qualcuno ha chiesto: “Che cos’è lo Zen?” e lui ha detto: “Vieni al Dojo a praticare!”.

D: Ma loro non vengono…

R: Allora, bisogna dare alle persone non tanto la possibilità di discutere e di capire dei concetti ma di sedersi, anche se su una sedia, e fare l’esperienza. Le persone non sono convinte dalle spiegazioni ma dal fatto di fare l’esperienza, e di venire in contatto dentro di loro con qualcosa di profondo che le convince al di là dell’ essere atee o cattoliche.

D: Ma la seconda parte della domanda è su questo punto: quando loro mi dicono: “Però ho fatto un corso di Mindfullness la settimana scorsa!” qual è la differenza? È la stessa cosa?”.

R: No. Nella Mindfullness, che è utilizzata per guarire o per evitare di ricadere nelle depressioni, c’è comunque la tendenza a rinforzare l’ego. La Mindfullness non insegna a lasciare la presa ma piuttosto insegna ad acquisire fiducia nel proprio ego, quindi la Mindfullness non può portare ad una vera liberazione, ad una vera pace dello spirito. Però fa bene, ma provvisoriamente. E d’altronde io conosco qualcuno in Francia che è specialista di Mindfullness, psichiatra, e lui quando fa un corso di Mindfullness dice: “Se volete andare più in là, nella meditazione, se volete approfondire, fate zazen”. Questa è la differenza.
Per ciò che riguarda i cattolici, per esempio e non importa quale sia la credenza – per tornare all’inizio della tua domanda perché penso che sia importante – tutti hanno delle credenze religiose o sono atei, quando si parla con gente che ha delle credenze, rinnovo ciò che ho detto, non si deve parlare di Zen, ma si deve cercare di capire lo spirito dell’altro. Per esempio, se qualcuno è cattolico, che cosa significa la sua fede nel cattolicesimo? Per esempio la fede in Dio, “Tu hai potuto sperimentare Dio?” Cerca di portare la persona a parlare della sua esperienza e quindi, dei limiti della sua esperienza. E magari prova a dire “Se pratichi zazen questo ti porterà più lontano nella tua religione”. Non bisogna mai presentare zazen come qualcosa che è opposto: “Tu sei cattolico io sono Buddhista o Zen”. Piuttosto, bisogna partire dalla situazione della persona, dall’altro, dalle sue credenze e mostrare come, a quel punto, zazen può aiutarela nel suo percorso, come può aiutarla ad andare più lontano.
Per esempio, se qualcuno fa arti marziali, non serve dire: “Ah, le arti marziali non vanno bene, sono violente”. Ma invece dire: “Le arti marziali vanno molto bene, aiutano l’autocontrollo; una volta i samurai praticavano lo zazen, come pratica per l’autocontrollo. Forse lo Zen ti può aiutare nelle tue arti marziali”.
O le persone che fanno yoga. Normalmente in Europa è Hata yoga. Normalmente gli insegnati di yoga non vogliono insegnare la meditazione perché non sono mai stati iniziati alla meditazione. Le persone che fanno yoga imparano e studiano un po’ del contesto dello yoga, capiscono bene che l’Hata yoga è il primo livello dello yoga, ma poi bisogna lavorare sulla respirazione – Pranajana – e infine su Dhyana che fa parte del sistema dello yoga. Le persone che amano veramente lo yoga bisogna incoraggiarle a fare yoga ma se vogliono andare più lontano sul sentiero, bisogna che vengano a praticare la meditazione. Gli fai vedere zazen come l’Hasana reale, non mostri mai lo Zen come qualcosa di speciale, diverso, ma come una pratica che permette di approfondire la direzione, la Via in cui la persona si è incamminata.
Se avete letto il commento all’Hannya Shingyo, c’è una storia raccontata dal Maestro Deshimaru in cui a Ryokan era stato chiesto di fare una cerimonia per vivere molto tempo, e allora lui chiese: “Quanto tempo vuoi vivere?” – “Centocinquanta anni!” – “Soltanto centocinquanta anni? Ah ma non è mica tanto tempo, tu hai settantacinque anni, sei già a metà della vita!”. E, a poco a poco, portò l’altro a capire che il suo problema era il non voler morire. E se non vuoi morire, devi praticare zazen, perché la pratica di zazen fa contattare una dimensione dell’esistenza che è al di là di nascita e morte. E gli disse: “Se non vuoi morire, vieni con me ogni giorno e faremo zazen”. La continuazione della storia è che se questo uomo ha cominciato a fare zazen, ha sicuramente superato la paura della morte perché era il suo ego che non voleva morire e, in più, praticando zazen si può veramente riscoprire la vita eterna, qui ed ora. Allora, sono sempre gli stessi mezzi abili, Upaja, da usare da parte di un Bodhisattva, cominciando con il comprendere lo spirito dell’altro, aiutandolo ad andare più profondamente nella comprensione del proprio spirito dei propri desideri aiutandolo eventualmente a capire che praticando zazen potrà andare più lontano in questa direzione.
Potrei raccontare moltissime storie a questo proposito…

Domanda 4:
Che cosa definiamo come pratica, cosa si intende per pratica? Perché a volte sento persone che dicono: “Oh ha fatto così, non ha praticato bene” e altre che dicono, “Ah, non importa molto, tanto tutto è pratica”. La seconda parte della domanda è: “Si pratica tutto il tempo o si pratica soltanto nel Dojo?”, Cosa s’intende per pratica?

Risposta: Alla base della pratica per noi s’intende zazen. Tutti si siedono nella vita quotidiana. Ma, non tutti i modi di essere seduti nella vita quotidiana sono pratica. Anche se ti siedi a gambe incrociate per mangiare un picnic in montagna, potresti essere seduta a gambe incrociate, mangi, è semplicemente comodo per soddisfare la tua fame e per stare comoda, ma non è pratica. Allora quando qualcosa che si fa diventa pratica? Quando ciò che facciamo diventa l’occasione per concentrarsi completamente sulla cosa e quindi, dimenticare il proprio ego, e quindi, vivere in armonia con il Dharma. Per esempio, gli alberi sono completamente in armonia con il Dharma, ma noi, quando facciamo qualcosa, abbiamo sempre un retro-pensiero e perciò abbiamo lo spirito diviso. Si lavano i piatti ma lo si fa rapidamente perché bisogna pulire e poi dopo i piatti fare qualcosa che ci interessa, leggere un libro, guardare la tele. Allora, in quel caso, lavare i piatti non è la pratica, ma una cosa che si fa per sbrigarla. Quando lavare i piatti diventa pratica? Quando ci si concentra completamente nel lavare i piatti per lavare i piatti, quando si fa una cosa per la cosa stessa. Non con scopi utilitaristici ma per essere noi qui ed ora con quello che facciamo, dimenticando il nostro desiderio di guardare la tele, di sbarazzarci del lavoro, ma essendo completamente in quello che facciamo.
Quando si parla di pratica ci sono diverse pratiche, ma la pratica è la pratica della Via del Buddha. Quando si parla di disegnare la tua pratica è il disegnare, ma quando diventa la pratica della Via del Buddha? Quando in ciò che pratichiamo c’è una concentrazione totale per la cosa stessa che ci porta a dimenticare il nostro piccolo ego, il nostro mentale ordinario che fa continue proiezioni sulle cose e diventiamo finalmente uno con la cosa qui ed ora; in quel momento ci si armonizza con il Dharma del Buddha. La pratica è qualcosa che facciamo che ci mette in armonia con il Dharma, che ci dà l’occasione di lasciare la presa sul nostro piccolo ego e di essere totalmente in armonia con la realtà nella quale siamo. E’ fondamentale lasciare la presa sul nostro ego, come dicevo, ed essere totalmente presenti alla realtà del momento; quindi questo implica l’abbandono di tutti i retro-pensieri, implica l’avere lo stesso stato di pensiero che abbiamo in zazen, e zazen stesso è l’essenza della pratica del Dharma di Buddha. Alla fine è fare, nella vita quotidiana, tutte le cose con lo stesso stato di spirito che si ha in zazen; continuare zazen nella vita quotidiana. Per esempio, quando esci da Dojo e prendi un mezzo di trasporto per andare a Torino, generalmente non è una pratica: bisogna sbrigarsi per non arrivare in ritardo. Ma se, uscendo dal Dojo ti concentri completamente sul tuo camminare, sei unità con il tuo corpo, quando cammini, quando arrivi alla fermata del tram o del mezzo di trasporto che usi, se in quel momento ti armonizzi con gli altri e non cerchi di spingere per entrare prima degli altri, e sei completamente attenta a non creare problemi intorno a te, o quando guidi la macchina rispetti completamente i pedoni, li lasci passare, sei presente a quello che fai e non pensi “Corro corro, veloce veloce per arrivare” e non hai obiettivi che sono più importanti per cui guidi in un modo completamente egoista. – Lo dico per me, perché io a volte guido la macchina e non faccio questo, a volte ho fretta di arrivare al dojo, ma in quel momento mi dico: “Ecco, adesso non stai praticando”.

D: Possono le persone giudicare la pratica degli altri?

R: In ogni caso, non è mai bene giudicare qualunque cosa, perché quando si giudica si ha già una specie di arroganza nel credere di essere superiori agli altri, di aver capito meglio e ci si permette di giudicare. In ogni caso, colui che giudica ha torto in partenza. Però, in un Sangha si può essere uno specchio per gli altri facendo capire errori ed illusioni, ma con gentilezza, non come quando si giudica, ma con benevolenza. Senza giudizio e condanna. Penso che sia una delle grandi funzioni del Sangha quella di essere gli uni per gli altri come uno specchio. E perché il riflesso dello specchio venga accettato, è necessario che non ci si metta a giudicare. Nel momento in cui c’è il giudizio, ci si blocca, perché si sente che la posizione dell’altro è pretenziosa, arrogante, anche se si ha ragione, l’altro non vuole più ascoltare! È per questo che il giudizio è terribile, perché fa perdere tutto il beneficio della comunità.

D: E se si giudica per aiutare?

R: È meglio che in quel momento non sia un giudizio; può essere un consiglio, un’attitudine da specchio, si mostra all’altro come lui fa, per aiutarlo a prendere coscienza lui stesso. Se giudichi provochi automaticamente una resistenza. Lo si può capire bene quando si è vittime del giudizio dell’altro. Anche se l’altro ha ragione, c’è qualcosa che blocca. Ma, invece, se qualcuno gentilmente ci fa capire qualcosa, senza giudizio, allora si può accettarlo. Sfortunatamente, nel Sangha spesso c’è giudizio, spesso ci si parla dietro. Sono sempre deluso quando vedo dei discepoli che giudicano altri discepoli. Cerco di non giudicare questa attitudine…

Domanda 5:
In questi giorni, durante l’átelier per le ordinazioni, si è parlato dei Sutra, di tutti quelli che verranno recitati e anche di quello del pentimento. Poi una persona ha chiesto: “Allora da lunedì, dopo l’ordinazione, il mio Karma è pulito, devo fare più attenzione a quello che faccio”. La mia domanda è questa: tempo fa sono rimasto molto colpito da un’affermazione, da una frase sui Vangeli circa la morte di Gesù; tra le sette parole che dicono lui abbia pronunciato, ce n’è una che dice: “Tutto è compiuto!” – Quando un uomo può dire: “Tutto è compiuto?”

Risposta: Dipende da ciò che lui pensava di dover realizzare. Per esempio, se è un artista che ha completato il suo capolavoro quando ha dato l’ultimo colpo di pennello dice: “Ora posso morire”. O uno scrittore che da tanti anni scrive un libro è ha messo il senso della sua vita in quel libro, se riesce a terminarlo, allora ha realizzato la cosa più importante per lui. Allora, dipende da ciò che è importante per te. Per il Cristo ciò che era importa era sicuramente il suo messaggio d’amore. E anche il fatto di potersi sacrificare per amore dell’umanità – lo suppongo perché non sono Cristo – il senso della sua missione era questo. Perché non poteva scappare alla morte – avrebbe potuto ma manifestamente ha lasciato che le cose portassero a ciò – è morto a titolo di redenzione per i peccati del mondo. Quindi ha trasmesso non soltanto un messaggio d’amore ma anche di sacrificio. Ad ogni modo è così che il Cristianesimo interpreta questo. Penso che tutto sia realizzato per lui dal momento che muore sulla croce. Allora, mi chiedi per essere un essere umano come te, per esempio, quando si può dire tutto è realizzato? È questa la tua domanda?

D: Sì.

R: Per qualcuno che pratica la Via del Buddha, tutto è realizzato quando si è realizzato il Grande Risveglio, il risveglio equivalente a quello del Buddha, il risveglio più profondo. Bisogna cercare di non morire prima…

Ci fermiamo qua.

Zazen 18-05-2014 kusen ore 07,00

Fra poco ci saranno delle ordinazioni. Nel Buddhismo l’ordinazione viene chiamata presa di Rifugio. Rifugio nei Tre Tesori, cioè Buddha, Dharma e Sangha. La parola Rifugio in questo caso non vuole dire scappare dal mondo o isolarsi, e non vuole dire nemmeno scappare dal mondo dell’illusione, dal mondo della sporcizia, esprimendo questa fede nei Tre Tesori, non la fede cieca, ma la grande fiducia confermata dall’esperienza. Il Buddha Shakyamuni ha sempre detto: “Non credete soltanto a ciò che dico, ma verificate il mio insegnamento praticandolo voi stessi”. L’insegnamento è il Dharma. Poiché il Buddha ha insegnato per quarantacinque anni a ogni tipo di persona, allora il Dharma è molto ricco di ogni sorta di insegnamento. Per i Bodhisattva è molto prezioso perché vi si trova ogni sorta di mezzo per aiutare gli esseri nelle diverse situazioni. E allo stesso tempo è importante discernere quali sono i punti essenziali del Dharma per la pratica. Si può dire che sono le Quattro Nobili Verità e le Sei Paramita. Comprendere la sofferenza, soprattutto comprendere la causa fondamentale della sofferenza, cioè l’illusione, e così comprendere che questa illusione non è fatale, ci sono mezzi per liberarsene. Questi mezzi sono insegnati nella Quarta Nobile Verità, che è l’Ottuplice Sentiero. La comprensione giusta, cioè la comprensione dei sigilli del Dharma, che sono l’interdipendenza e l’impermanenza; il pensiero giusto, che è il pensiero benevolo, il pensiero compassionevole. Uno dei criteri per stabilire se la nostra pratica è giusta è che si sviluppi in noi lo spirito di compassione. Se la pratica è troppo centrata sulla concentrazione, può permettere di sviluppare una grande forza, ma non necessariamente lo spirito di compassione. Allora, parallelamente alla concentrazione, serve un’osservazione molto fine del proprio spirito, che ci permette di capire noi stessi le cause della sofferenza attraverso la nostra propria esperienza, l’esperienza dei nostri attaccamenti, delle nostre illusioni. E attraverso il ritorno costante alla concentrazione si impara a lasciare la presa, non si rimane sull’osservazione, non ci si attacca ai pensieri o alle emozioni, si ritorna al qui e ora, e a ogni ritorno si produce naturalmente il lasciare la presa. Si sta pensando qualcosa e si ritorna alla postura. In questo momento di ritorno c’è il lasciare la presa sui nostri pensieri, e con la concentrazione sulla pratica del corpo ritorna rapidamente la pace dello spirito. Questa pratica di lasciare costantemente la presa permette allo spirito di ritrovare la sua morbidezza e la sua apertura verso gli altri, abbandonando l’egocentrismo, comprendendone il carattere illusorio. È ciò che permette allo spirito di compassione di svilupparsi. Dunque, questi primi due punti dell’Ottuplice Sentiero sono essenziali alla pratica giusta del Dharma. Poi, vengono i tre punti che possono definirsi l’etica del Buddhismo, cioè la parola giusta: dire la verità, parlare con dolcezza, benevolenza; l’azione giusta, che consiste essenzialmente nel non creare sofferenza per gli altri e per se stessi, e per questo ci sono i precetti che ci guidano, e infine il modo di vivere giusto, che riguarda principalmente l’attività professionale, che non deve essere nociva, per esempio non si devono vendere armi, droghe, non si deve guadagnarsi da vivere sfruttando gli altri. E infine vengono i tre aspetti dell’Ottuplice Sentiero che definiscono la pratica della meditazione: lo sforzo giusto, l’attenzione giusta e la meditazione giusta. Per noi la meditazione giusta è zazen. E che cosa definisce l’essere giusto? Certo, è la meditazione che è conforme all’insegnamento e, a proposito di zazen, si tratta di concentrarsi sulla postura giusta, di essere attenti alla propria respirazione e di lasciar passare tutti i pensieri. Detto in altro modo, realizzare lo stato di coscienza Hishiryo, al di là dell’attaccamento a tutti i pensieri, e principalmente al di là dell’attaccamento ai risultati, al profitto, ai benefici della pratica, ciò che viene chiamata l’attitudine Mushotoku. Nella pratica dello Zen, Mushotoku è l’aspetto essenziale. Anche se si pratica con molta energia, costantemente, con una grande attenzione, se si è attaccati all’ottenere il Satori per se stessi allora tutta la pratica è sbagliata. Per questo si insegna ciò che viene chiamato Shikantaza, soltanto sedersi, essere soltanto seduti quando si è seduti in zazen, non aggiungere niente al semplice sedersi, essere completamente uno con il sedersi, lasciando andare tutti gli altri pensieri. Ma Shikan continua nella vita quotidiana. Per esempio, quando si prende un pasto si deve essere completamente concentrati sull’azione di mangiare, per quanto possibile non guardando la televisione e non entrando in grandi discussioni nel momento in cui si mangia. Soltanto assorbirsi nell’azione di mangiare il che, d’altronde, è molto meglio anche per la salute. Questi tre pilastri della pratica: Hishiryo, Mushotoku e Shikantaza, si applicano a tutte le azioni quotidiane, compreso il lavoro. Spesso si oppone il Samu cioè il lavoro fatto al dojo o in un monastero, che è un lavoro disinteressato per la comunità, al lavoro professionale per guadagnarsi da vivere. Ma il lavoro professionale è anch’esso un servizio reso alla comunità, si può senz’altro viverlo come un samu, a condizione di essere motivati dal servizio che si rende e non soltanto dal profitto che se ne otterrà. Se si comprende bene questo punto, tutta la vita può diventare la pratica della Via, che non è limitata alla Sesshin o al dojo.

Zazen 18-05-2014 kusen ore 11,00

La Sesshin presto finirà, ma la pratica della Via non finisce mai.
Non si può dire alla fine di una Sesshin che tutto è compiuto, perché la pratica è infinita come il Risveglio e deve costantemente rinnovarsi grazie alla pratica del Dharma. Certamente durante una Sesshin le condizioni sono le più favorevoli per questa pratica del Dharma perché siamo con fratelli e sorelle nella Via del Sangha.
Il Sangha è questa comunità armoniosa che è unificata dalla pratica dello stesso Dharma cioè, quando siamo nel Sangha, pratichiamo tutti seguendo le stesse regole, gli stessi precetti e gli stessi Voti cioè è come se, in un’orchestra, suonassimo tutti lo stesso pezzo. Così l’armonia è la qualità principale di un Sangha, favorita dal fatto che ognuno abbandona il proprio piccolo ego per seguire il Dharma, la pratica giusta insieme. Allora evidentemente, quando si ritorna alla vita sociale incontriamo e viviamo con delle persone che non seguono necessariamente lo stesso Dharma, le stesse regole e non hanno fatto necessariamente i nostri stessi voti, allora è evidentemente più difficile trovare l’armonia. Si deve avere fiducia nel fatto che, in fondo, tutti gli esseri sono la natura di Buddha e la nostra funzione è di aiutarli a scoprirla, dare loro il desiderio di scoprirla, dando l’esempio di ciò che è la vita in armonia con il Dharma. Cioè, non vale la pena di dire agli altri: “Voi dovete fare così, dovete essere così, dovete credere o non credere a questo”, non bisogna mai dire cose simili, ma semplicemente concentrarci a vivere noi stessi in armonia con il Dharma, con i precetti, con l’insegnamento del Buddha, conducendo così una vita felice che dà voglia agli altri di fare lo stesso, di seguire la stessa direzione e, a coloro che manifestano questo desiderio, a loro si può insegnare, si può mostrare la pratica.
Il migliore insegnamento è la nostra propria qualità di essere. A questo proposito vorrei terminare questa Sesshin citando un bel poema del maestro Ryokan che dice:

«Al mondo corrotto non dice: “Vai a purificarti!”,
Semplicemente così com’è
Espone la sua purezza l’acqua del torrente».

Anche se li amiamo i fiori appassiscono, anche se le detestiamo le erbacce crescono