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La Pace: l’aRmonIa nelle difFerénzE

Fin da piccoli, durante le feste natalizie ci dicono di essere più buoni, di creare pace e serenità intorno a noi. I giorni di festa diventano quindi un momento prezioso per approfondire il tema della pace, come creare pace, cosa vuol dire “pace”, quali sono i fondamenti della pace.

Alcune tradizioni buddiste fanno della pace nel mondo uno dei loro obiettivi fondamentali, nello zen, a dire il vero, a mia conoscenza, la pace nel mondo non viene enfatizzata, anche se non vi è alcun dubbio che il messaggio del Buddhae del Buddhismo come quello di tutte le persone spirituali e religioni sia un messaggio di pace. Purtroppo la storia ci impone di fare una profonda differenza fra persone spirituali e persone religiose, le prime, al di fuori del loro credo, sono portatrici di pace, perché hanno realizzato la pace interiore e non possono far altro che vivere in armonia con tutti gli esseri sensibili, le seconde sono portatrici di pace solo quando vivono la religione con spiritualità, altrimenti la religione diventa un mezzo ed un arma ancor più potente e pericolosa della più devastante bomba atomica.

La pace può essere definita come l’armonia tra le diverse razze, etnie e culture, e nel buddismo si basa su diversi principi.

Uno dei principali è la DIGNITA’dell’essere umano e di tutte le vite. Anche se può sembrare impopolare o troppo new age, spesso i buddisti sono vegetariani, non è obbligatorio in tutte le tradizioni, ma spesso lo sono e questa scelta nasce dal desiderio di evitare la sofferenza della morte agli animali, che non vuol dire affatto criticare coloro che non seguono questa scelta, al contrario, i veri vegetariani rispettano i non vegetariani, ma scaturisce proprio dal sentirsi un tutt’uno con gli altri esseri sensibili. Ancora più forte allora deve essere il rispetto di un uomo verso un altro uomo. Nel Sutra del loto la storia del Bodhisatva che non disprezzava mai è di ispirazione per comprendere cosa voglia dire rispettare ogni essere umano. Questi era famoso perché ogni volta che incontrava un altro essere umano, di qualsiasi estrazione sociale, amico o nemico che fosse, simpatico o antipatico, buono o cattivo, siinchinava con rispetto. Tutto qui. Adesso proviamo noi a inchinarci con rispetto, aprendo il nostro cuore in senso di reverenza ad ogni essere umano che incontriamo, proviamo ad immaginare che camminiamo per strada, un senza tetto con la bottiglia in mano, sporco, che emana pessimi odori si avvicina e noi invece di allontanarci ci inchiniamo totalmente pensando che anche lui condivide con noi la natura di Buddha, e poi pensiamo alla persona più importante come un Papa, un Dalai Lama, un Buddha o chiunque uomo che consideriamo importante, potente, degno di rispetto e ci inchiniamo; quanti di noi farebbero l’inchino con lo stesso spirito? Quanti realmente sarebbero in grado di non fare differenze considerandoli entrambi essere uomini di pari dignità?  EPPURE IL SOLE SCALDA TUTTI, non fa differenze fra pietre, piante o esseri umani, perché noi invece non riusciamo intimamente a vedere che siamo tutti uguali, tutti fratelli che condividono uno stesso pianeta? Il precetto di non uccidere è comeuna facile regola da seguire per non generaresofferenza, e nei momenti di smarrimento è sempre più sicuro seguire le regole, come quando si guida ubriachiè più sicuro rispettare i limiti che superarli, ma il precetto nasce dalla comprensione che tutti noi siamo dei Buddha, per cui dobbiamo inchinarci di fronte a qualsiasi essere vivente con rispetto, perché quella persona davanti a noi è BUDDHA. Questo comportamento sarebbe di per sé sufficiente a creare armonia fra le varie etnie e culture.

Ci sono altri punti fondamentali da comprendere ed interiorizzare se si vuole essere portatori di pace, innanzi tutto realizzare profondamente che siamo TUTTI DIVERSI. Per molti può sembrare banale, addirittura scontato, ma anche due gemelli omozigoti, cresciuti nella stessa famiglia con le stesse possibilità, non sono uguali. Il Buddha fa l’esempio della pioggiache bagna il terreno ed anche se la pioggiaè uguale per tutti, i semi cresceranno secondo la loro proprianatura. La comprensione e realizzazione della diversità è molto importante soprattutto quando ci rapportiamo con gli altri. Ognuno di noi ha dei propri valori che sono più o meno condivisi da un gruppo più o meno numeroso di persone. Questo non vuol dire nulla, non rende le persone di un gruppo uguali fra loro, non rende quei principi più veritieri dei principi di una sola persona. Ognuno di noi vede il mondo da un proprio punto di vistae nessuno potrà mai avere lo stesso punto di vista per quanto vicini siano le due persone. Per questo il saggio riesce a distinguere un AIRONE BIANCO che vola su una NUVOLA BIANCA, uguali ma diversi. Da una profonda comprensione della diversità ad esempio nasce un altro principio cardine del buddhismo, la verità deve essere sperimentata, ogni individuo deve fare esperienza della verità. Il Buddha stesso diceva: “non credete alle mie parole, ma sperimentatele”, possono funzionare o no, se funzionano seguitele, altrimenti provate un’altra strada, la strada di uno, anche se del Buddha, non per forza funziona per tutti. La comprensione e il rispetto della diversità di ogni essere umano ci rende umili ed insegna ad ognuno di noi di cercare la propria strada e di trasmetterla con molto garbo alle altre persone, perché magari la loro strada può essere diversa dalla nostra, ma funzionare nello stesso modo. Due girasolinei due emisferi opposti del mondo guarderanno sempre il sole, ma uno volgendosi a Nord e l’altro a Sud. Le guerre nascono spesso dal voler imporre la propria visione, ma pensate quanto sarebbe ridicolo se il girasole del Norddicesse a quello del Suddi girarsi dall’altra parte per vedere il Sole?

La diversità però non vuol dire una diversa possibilità di illuminarsi. Il Buddha ed il buddhismo credono profondamente sull’UGUAGLIANZAdi tutti gli esseri umani e degli esseri sensibili in generale, come possibilità a realizzarsi ovvero ad essere pienamente felici. Se la natura di Buddha permea ogni cosa, come possono essere alcuni esseri più natura di Buddharispetto ad altri? Nel buddhismo e nello zen ci sono moltissime storie che narrano dell’illuminazione di persone anche apparentemente non datate di quella rettitudine che ci aspetteremmo, come ad esempio ANGULIMALA, il tagliatore di dita, ma anche di RYUNIO, la figlia del re drago che raggiunge l’illuminazione a soli 8 anni pur essendo femmina. Se ci caliamo al tempo del Buddha, quando le donne non venivano considerate al pari degli uomini, affermare che l’illuminazione non era negata neanche ad una bambina voleva affermare in maniera rivoluzionariarispetto al pensiero del tempo che tutti gli uomini e donne di qualsiasi ceto o casta potevano aspirare all’illuminazione. Questo messaggio in realtà è trasversale alla maggior parte delle religioni.

Ogni principio buddista è permeato di pace, perché la felicità si può avere solo nella pace e nell’amore, ma la pace buddista non è l’assenza di forze, una realtà morta e pietrificata in cui le guerre non avvengono perché non c’è più movimento, per assenza di vita, ma al contrario è la pace data dall’armonia della diversità, un quadro di colori variopinti che si integrano e completano l’un l’altro.

Se pensiamo agli esponenti principali delle diverse religioni, Buddha per il buddhismo ad esempio e pensiamo a tutte le guerre che poi sono seguite fino ad arrivare alle due grandi guerre del secolo scorso, allora dobbiamo senza dubbio concludere, in maniera provocatoria, che tutti questi capi spirituali hanno fallito, nonostante il loro indiscusso spessore morale e capacità comunicative, nessuno di loro Dio, semi-Dio o uomo è riuscito ad impedire che le guerre avvenissero e come potremmo allora farlo noi?

Ma questa è solo una visione parziale della realtà, spesso noi applichiamo agli altri la nostra visione del mondo e con l’idea di pace non facciamo diversamente.

Esistono DUE TIPI DI PACE: quella esteriore e quella interiore. La pace esteriore è soggetta alla visione che ognuno di noi e ogni gruppo stato o continente ha della pace ed inoltre è soggetta alle regole della natura che in ultima analisi è l’impermanenza. Ciò che nasce, muore, in un continuo divenire, allora quello che possiamo fare è di armonizzarci alla natura ed inchinarci umilmente ad ogni essere vivente, sapendo nel cuore che non tutti faranno lo stesso. La pace esteriore, quella mondiale è come un voto irrealizzabile, ma che gli uomini devono continuare a perseguire, perché anche se non si arriverà mai alla fine, la direzione è quella giusta!

La pace interiore invece no, è totalmente realizzabile, ed ognuno di noi può realizzarla seguendo un cammino spirituale con cuore aperto ed onesto. I grandi maestri ci hanno insegnato la via per realizzare la propria pace interiore e la propria felicità, e come quando si suona uno strumento, la musica non resta confinata nelle dite del musicista, così la felicità e la gioia e la pace si diffondono alle persone che abbiamo accanto e anche alle persone lontane. Allora i grandi maestri NON hanno fallito, ci hanno insegnato che non è importante quello che avviene fuori, ma come noi reagiamo agli avvenimenti, se rispondiamo all’odio con odio, allora la guerra non finirà mai, se rispondiamo all’odio con amore, allora la GUERRA E’ GIA’ FINITA!

Horyu

Natura di Buddha

Vorrei esplorare brevemente un concetto espresso da Dogen:
“ Studiare il Buddhismo è studiare se stessi. Studiare se stessi è dimenticare se stessi “ e ripreso dopo 8 secoli da Kodo Sawaki quando diceva che studiare il buddhismo è studiare la perdita. Questa espressione spesso per gli studenti zen risulta di difficile apprendimento, e in questo senso spero che che questa piccola disquisizione possa aiutarci ad elaborarla e comprenderla diversamente, in modo tale che essa ci lasci senza uno stato di fraintendimento e incomprensione profonda.
Come ben sapete la storia dello zen è costellata da citazioni, koan, o parole che a prima vista sembrino avere un non sense.
Tralasciando i vari koan, citerò quelli che a mio avviso ci riguardano direttamente.
Iniziò il Buddha con la trasmissione del Dharma a Mahakasyapa,
«Io possiedo il vero occhio del Dharma, la mente meravigliosa del Nirvāṇa, la vera forma del senza-forma, il sottile cancello del Dharma che non si fonda su parole o lettere, ma che è una trasmissione speciale al di fuori delle scritture. Questo io affido a Mahākāśyapa.[
poi Bodhidharma dove nell’antica Cina si svolse un celebre dialogo tra il primo patriarca del Chan (Zen cinese) Bodhidharma e l’imperatore che era già buddista:
velo cito testualmente.

Imperatore: – Ho fatto costruire monasteri, ordinare monaci, tradurre testi; quali meriti ho
accumulato? –
– Nessun merito –
– Ma allora su cosa si fonda la sacra dottrina? –
– Un vuoto immenso, ed in esso nulla di sacro –
– Ma chi sei tu per parlarmi così? –
– Non lo so –
Poi Dogen quando si rivolse al suo Maestro e gli chiese cosa significasse
corpo e spirito abbandonati shin jin datsu raku.
E il suo Maestro rispose
1) Sanzen – cioè la pratica profonda dello Zen – è corpo e spirito abbandonati. Non avete bisogno di bruciare dell’incenso, di recitare delle preghiere o dei mantra, di infliggervi delle mortificazioni o di recitare dei sutra. Si tratta solo di sedersi con uno spirito unificato, shikantaza ». E siccome Dogen insisteva nella domanda : « Ma che cos’è corpo e mente abbandonati ? » Nyojo rispose : « Zazen Cit. Roland Yuno Rech

E finalmente arriviamo alla citazione più recente, di Kodo Sawaki
quando diceva, che studiare il buddhismo è studiare la perdita, cioè nel senso più letterale del termine il percorso spirituale è un processo di perdita e non di guadagno. Che è l’equivalente dello spogliarsi di ogni abito per rimanere esattamente con quello che c’è.
Ora che cosa significa veramente processo di perdita ?
Se ci avviciniamo a questa frase, molto spesso rimaniamo disorientati, solo per il fatto che nella nostra ricerca siamo orientati ad un raggiungimento di qualcosa.
Meriti, felicità, riconoscimento, ambizione e orgoglio spirituale, tanto per citarne qualcuno….ma mai perdita.
La parola perdita in effetti ci lascia con una domanda di fondo.
Perdita di che cosa ?
Non è così ?
Oppure se perdo questo chiamiamolo fattore x, cosa rimane di me, cosa sono ?
E’ un circolo vizioso che si basa sulla paura, ci porta fino ad un certo punto…e poi sulla soglia della porta ritorniamo indietro e così via.
Vi invito a riflettere su questo punto.
Allora vorrei precisare alcune questioni.
Perdita non significa diventare degli psicotici
Perdita non significa ad un certo punto della vita, non riconoscersi come una identità costituita da un io e tutto il resto.
Perdita non significa smarrimento, confusione, paura, disorientamento.
Vorrei essere chiaro su questi punti, perché sono fondamentali nel nostro cammino.
E questo a mio avviso ( parlo per esperienza personale ) è una delle questioni più delicate che riguardano qualsiasi percorso spirituale, soprattutto nel buddhismo dove si parla di vacuità, non io e interdipendenza.
Dunque perdita di che cosa ?
Mi pare chiaro che nessun modo possiamo perdere la nostra individualità,e tutte le nostre emozioni, ecc ecc, il nostro io, possiamo invece imparare ad abbandonarlo.
Vi faccio un esempio tratto da Paolo Menghi, famoso neuropsichiatra e maestro, morto un po’ di anni fa.
Spesso raccontava un episodio dove menzionava una persona afflitta da un senso di rabbia e senso di colpa, che era andata in cura per liberarsi dai suoi tormenti interiori.
Dopo anni di psicoanalisi, finalmente guarito, si rivolse al Menghi dicendogli.
Ma ora che non sono più arrabbiato e non ho sensi di colpa…chi sono io ?
Capite ?
Era talmente identificato con queste emozioni, che la sua struttura psichica era per cosi dire deformata.
E a noi non succede forse la stessa cosa ?
Vi ho menzionato questo episodio perché lo trovo calzante e valido per tutti.
Ora non potendo stare in zazen 24 ore su 24 come possiamo apprendere questo processo di perdita e cosa significa perdita nella nostra vita quotidiana ?
Perdita è abbandonare le coercizioni mentali, i blocchi emotivi, è non lasciarsi guidare dalla nostra visione ristretta della vita, è smettere di essere egocentrici, smettere di pensare che se facciamo una cosa, o un percorso, lo facciamo perché dietro ad esso c’è una qualsiasi forma di ricompensa, è cominciare a percepirsi si come una persona…ma una persona che è vuota di se, ma piena dell’ Universo intero.
In definitiva è un sottile e profondo apprendimento sulla morte e sulla vita.
Noi moriamo e rinasciamo ad ogni momento.
Lo dice la scienza, mentre il Buddha…diceva che moriamo e rinasciamo ad ogni respiro.
Allora facciamo in modo che ogni rinascita sia per noi un momento di esaltante gioia, e profonda pace interiore.
Lasciamo che ogni perdita sia un bonno, una illusione trasformata….e finalmente concediamoci la possibilità di realizzare ad ogni passo, ad ogni gesto e ad ogni respiro la meravigliosa essenza della vita, cioè la costante trasformazione dei fenomeni che altro non è
La Natura di Buddha.

Gli esseri umani sono speciali?

Mi hanno chiesto quale sia il punto di vista dello zen su questo tema: tra gli esseri sensibili solo gli esseri umani sono capaci di raggiungere l’obiettivo di ogni religione. Cosa rende gli esseri umani speciali dagli altri esseri viventi.

Questa domanda mi ha fatto pensare molto, sono veramente solo gli esseri umani capaci di raggiungere l’obiettivo dello zen? E qual è l’obiettivo dello zen? Perché gli esseri umani sono speciali?

L’esperienza comune ci dice che gli esseri umani sono diversi dagli animali in quanto hanno una coscienza più sviluppata, possiamo parlare agire riflettere, ed anche se è difficile realmente conoscere il grado di coscienza degli animali, non essendo un animale, di certo tutte le religioni sono basate e strutturate per gli uomini, non per gli animali, che spesso vengono sacrificati o considerati diversi se non inferiori all’essere umano. E’ lo zen uguale a tutte le altre religioni su questo argomento?

Lo zen come parte del buddismo è strutturato sull’idea dell’illuminazione, della realizzazione. IL Buddha storico Shakyamuni è colui che si è risvegliato, risvegliato ad una realtà più profonda, in cui il dolore non viene vissuto come sofferenza e le quattro grandi cause di sofferenza quali nascita, vecchiaia, malattia e morte non sono più vissute con sofferenza. L’idea stessa dell’ego viene messa in discussione e affermando la non sostanzialità dell’ego (non la sua non esistenza come funzione) viene meno la sofferenza perché non c’è nulla che soffre. Anche se questo concetto può sembrare difficile, in realtà quello che si afferma è semplicemente che si soffre perché siamo attaccati al nostro ego, ma se lo relativizziamo come parte del tutto e quindi lasciamo andare al nostra personale visione ego-centrata, non c’è più sofferenza e tutto ritorna nel suo stato naturale. Ogni giorno nel nostro corpo muoiono centinaia, migliaia di cellule, ma questo non ci crea alcun disagio, eppure ogni momento perdiamo una parte di noi stessi, senza alcuna sofferenza. Nello stesso modo nel mondo ogni momento che passa muoiono delle persone, degli animali o delle piante che però ci sono lontane o che neanche conosciamo e nello stesso modo questo non ci crea sofferenza. E’ molto diverso quando perdiamo ad esempio un arto, o una funzione del nostro corpo quale la nostra vista in cui la nostra integrità, quello che noi pensiamo essere il nostro ego viene danneggiato fino all’idea della nostra morte e nello stesso modo quando perdiamo una persona cara, un animale domestico o una pianta che abbiamo coltivato questo ci crea molta sofferenza. Il buddismo e lo zen, attraverso l’esperienza della meditazione, cercano di allentare questa morsa dell’ego che ragiona in termini di avere e possesso, per portarci ad una dimensione diversa, non ordinaria, ritornando alla dimensione della natura di Buddha, dell’autentica realizzazione, come fece il Buddha storico Shakyamuni.

La dimensione dell’illuminazione diventa quindi una realtà diversa dalla realtà ordinaria, e la condizione dell’illuminazione non risponde alla logica e alla rigidità delle parole, la quale può essere intuita, realizzata, ma che quando si spiega perde automaticamente la sua dimensione per rientrare nel mondo logico ordinario. E’ come spiegare il silenzio con le parole, posso dire che è l’assenza delle parole, è quando non ci sono più suoni, ma ogni volta che pronuncio una parola per spiegare il silenzio automaticamente il silenzio non c’è più, mentre quello che si può fare è l’esperienza del silenzio, così come si può fare l’esperienza dell’illuminazione, ed è per questo che lo zen come il buddismo mettono l’esperienza al centro del proprio sistema. Il Buddha diceva infatti “non credete alle mie parole, ma fatene esperienza”.

Il modo per entrare nella condizione di illuminazione è quello, secondo la tradizione Mahayana, di perdere la visione personale, e quindi la visione ego-centrata, per “vedere la realtà così come è”. Questa espressione viene utilizzata molto spesso dai maestri zen nelle loro risposte ed anche molte storie zen ne parlano. Ad esempio una storia racconta di un monaco che guarda il riflesso della luna su un lago, cade un sasso nell’acqua ed il monaco si risveglia, che può essere interpretata come la propria visione del mondo basata sull’ego (il riflesso della luna) viene per un secondo interrotta dall’esperienza dell’illuminazione, dalla visione del non io, e a quel punto compare la luna, la realtà così come è.

Dogen lo esprime chiaramente nel Genjokoan con la celebre frase: “Quando tutti i dharma (le cose, la realtà) sono (sono definite in base a) il Buddha-Dharma, allora esistono illusione/risveglio”, la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni. Quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull’io, allora non esiste l’illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l’estinzione”

In questo senso gli esseri umani sono diversi dagli animali o dalle piante, perché solo gli esseri umani, per quanto sappiamo o abbiamo fatto esperienza, possono realizzarsi, mentre è difficile se non impossibile sapere se questo è vero per gli animali, per le piante o per gli altri esseri senzienti. Nella cultura buddista è diffusa la visione della ruota dell’esistenza, composta dai sei mondi: il mondo dei Deva (degli dei), degli Asura (dei guerrieri o semidei), degli esseri umani, degli animali, dei gaki (gli esseri affamati) e dei demoni( gli spiriti infernali) e viene chiaramente detto che solo in quello degli umani è possibile raggiungere l’illuminazione. Nonostante nella visione dello zen questi mondi non sono dei mondi esistenti, ma delle condizioni che ha ogni essere umano, solo quando si è nel mondo umano, del piacere e del dolore, non troppo in basso in cui si è accecati dall’odio o dagli istinti animali e neppure troppo presi dalla propria soddisfazione dei bisogni e dei piaceri (i mondi divini) allora si è nella condizione giusta per raggiungere l’illuminazione, cioè uscire dal ciclo dell’esistenza.

Quando il Buddha si è illuminato sotto l’albero della Bodhi disse: “Meraviglioso! Meraviglioso! Ogni cosa così com’è è illuminata!”. Questa frase mette in luce da una parte l’importanza dell’esperienza, dall’altra una sostanziale non differenza fra gli esseri umani e tutto il resto. L’essere umano ha la stessa natura degli esseri senzienti e non senzienti, che è la natura di buddha.

Il termine “natura di buddha” ha diversi significati. Citando uno dei più grandi studiosi di Dogen, il prof. Tollini, la natura di Buddha originariamente significa “la natura del buddha, ossia quelle peculiarità̀ dei buddha e degli esseri illuminati che li distinguono dagli esseri ordinari, ovvero, quella qualità̀ insita negli esseri ordinari di svilupparsi e far sì che essi si trasformino in buddha, o esseri illuminati”. Quindi la natura di buddha è la potenzialità di ogni essere umano di diventare un buddha e in parte si contrappone alla visione di un nirvana fuori dal ciclo dell’esistenza, ma diventa una possibilità in questo mondo, in questa vita.

Il concetto di natura di buddha però si amplia e si trasforma e spesso viene usato con differenti accezioni. La natura di buddha, sempre citando Tollini, viene ampliato e portato dalla scuola Yogacara nell’ambito della sfera cognitiva dove indica quella condizione di non dualità contrapposta alla sfera cognitiva ordinaria della dualità e delle contrapposizioni e con questa concezione, la natura di buddha diventa illuminazione, quella condizione in cui non c’è differenza fra soggetto ed oggetto, libera dagli attaccamenti del proprio ego.

Secondo il Buddha, tutti gli essere senzienti hanno la natura di buddha o come dice interpreta Dogen sono la natura di buddha. In questa concezione la natura di buddha viene vista come una condizione originale immacolata che viene poi sporcata o persa successivamente, o detto in altro modo viene dimenticata. Nel Genjokoan, Dogen paragona la natura di Buddha alla natura del vento. Il discepolo chiede al maestro che si sta sventolando: perché se la natura del vento è permanente, e raggiunge ogni luogo, allora ti sventoli? Ed il maestro risponde: Anche se capisci il significato di permanente, non capisci ancora il significato di raggiungere ogni luogo. Qual è il significato di raggiungere ogni luogo – chiese allora il discepolo. Il maestro iniziò a sventolarsi. La natura di buddha è come il sole dietro le nuvole ed il ventaglio permette di togliere le nuvole per far splendere il sole, ma non vuol dire che il sole non esiste solo perché non lo vediamo. Usando il paradossale linguaggio zen, credo però sia necessario precisare che anche se nella pratica zen si cerca quotidianamente di “purificarsi” eliminando le impurità, questa è solo un lato della pratica, la così detta via graduale dello zen, per la via immediata non esistono impurità ed il sole e la nuvola non sono diversi, che vuol dire che le nuvole che coprono il sole hanno anche loro stesse la natura di buddha e non sono diverse dal sole. In definitiva quindi anche se per coloro che non sono illuminati esiste illuminazione e non illuminazione, purezza ed impurità, per coloro che sono illuminati tali distinzioni non esistono, perché come si diceva prima la via del buddha è quella che unisce le dualità, non le crea, ed è per questo che non è possibile spiegarla con le parole, ma se ne può fare solo l’esperienza.

Mi sembra chiaro quindi che gli animali come le piante e qualsiasi altro essere senziente e non senziente ha od è la natura di buddha, quindi si arriva alla domanda iniziale, cosa rende l’essere umano speciale o diverso rispetto agli altri esseri. Credo che la risposta sia molto semplice, l’essere umano è allo stesso tempo uguale e diverso dagli altri esseri, dipende solamente da che punto di vista lo guardiamo. Dal punto di vista assoluto, della natura di buddha, non esistono differenze, l’essere umano e tutti gli altri esseri, così come i fiumi e le montagne sono la natura di buddha, sono impermanenti e interdipendenti, soggetti alle stesse regole, creare anche la più piccola differenza sarebbe come dire che le persone dell’est non hanno la natura di buddha! Ciò nonostante gli esseri umani sono anche diversi dalle altre specie, hanno una coscienza diversa e le religioni sono il frutto della coscienza dell’essere umano. Quando Dogen dice “Quando tutti i dharma (le cose, la realtà) sono (sono definite in base a) il Buddha-Dharma, allora esistono illusione/risveglio, la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni”, intende dire che se vediamo il mondo con gli occhi della filosofia buddista allora tutti i fenomeni esistono, esiste la pratica ed esiste l’illuminazione, allora pratichiamo per illuminarci, ci sventoliamo per raggiungere la natura del vento, è colui che pratica e cerca di eliminare le nuvole per vedere il sole, allora sì, gli esseri umani sono diversi da tutti gli esseri senzienti, ma è il buddhista che guarda il mondo con gli occhi del buddhismo, è l’ego che crea il mondo secondo le proprie idee, è la carta geografica del mondo che per quanto accurata sia non è il mondo che rappresenta. Ma è solo quando la nostra rappresentazione della realtà viene meno, l’immagine della luna riflessa sul lago si rompe, “quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull’io”, che la realtà appare per quella che è, che “non esiste l’illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l’estinzione”.

Non so se sia corretto, ma questo è il mio grado di comprensione ad oggi.

 

Horyu

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English translation

 

I was asked what is the Zen point of view on this subject: among human beings only human beings are capable of achieving the goal of every religion. What makes special humans from other living beings?

This question made me think a lot, are really only human beings capable of achieving the goal of Zen? And what is the goal of Zen? Why are human beings special?

The common experience tells us that human beings are different from animals because they have a more developed consciousness, we can speak, act, think, and even if it is difficult to really know the degree of consciousness of animals, not being an animal, certainly all religions are based and structured for human beings, not for animals, which are often sacrificed or considered different if not inferior to human beings. Is Zen the same as all other religions on this subject?

Zen as part of Buddhism is structured on the idea of ​​enlightenment, of realization. The historical Buddha Shakyamuni is the one who reached the enlightment, awakened to a deeper reality, where pain is not experienced as suffering and the four great causes of suffering such as birth, old age, illness and death are no longer experienced as suffering. The idea of ​​a permanent ego is questioned and by stating that the ego is not substantial (but it works as a function), suffering itself does not exist anymore, because there is nothing that suffers. Although this concept may seem difficult, in reality what is stated is simply. We suffer because we are attached to our ego, but if we relativize it as part of the whole and then we let go our personal ego-centered vision, there is no more suffering and everything returns to its natural state. Every day hundreds of thousands of cells die in our bodies, but this does not create any discomfort, yet every moment we lose a part of ourselves, without suffering. In the same way in the world every passing moment people, animals or plants die, but because they are distant or because we do not know them, in the same way this does not create suffering. It is very different when we lose, for example, an arm, or a function of our body such as our sight, or when we lose the integrity of our body, or when we are ill, close to die, and in the same it is different when we lose a beloved person, a pet or a plant that we have cultivated. All these things make us suffering. Buddhism and Zen, through the experience of meditation, try to loosen this grip of the ego, which acts according having or loosing, and bring us to a different, non-ordinary dimension, returning to the dimension of Buddha-nature, of authentic realization, as did the historical Buddha Shakyamuni.

The dimension of enlightenment thus becomes a reality different from ordinary reality, and the condition of enlightenment does not respond to the logic and rigidity of words. The reality can be intuited, realized, but not explained. When the reality is explained, automatically it loses its dimension of non-duality to re-enter in the ordinary logical world. It is like explaining silence with words, I can say that it is the absence of words, it is when there are no more sounds, but every time I say a word to explain silence, silence is no longer there, the only way to understand the silence is to experience it, to drop any words. In the same way, the only way to understand the enlightenment, is to experience it by meditation (zazen) and this is the reason why Zen (and the Buddhism) places experience at the center of its system. In fact, the Buddha said: “do not believe my words, but experience them”.

The way to enter the condition of enlightenment is, according to the Mahayana tradition, losing the personal, ego-centered point of view, to “see reality as it is”. This expression is very often used by Zen masters in their answers and also many Zen stories try to help us to better understand it. For example, a story tells of a monk who looks at the reflection of the moon on a lake, falls a stone in the water and the monk awakens. A possible meaning of this story is that when the personal monk vision of the world based (the reflection of the moon) drops because of the stone, the vision of reality comes up (the real moon). In other words, the reality (the moon) is not our rappresentation of the moon (the image of the moon on the lake).

Dogen clearly expresses it in Genjokoan with the famous phrase: “When all dharmas (things, reality) are (are defined according to) the Buddha-Dharma, then there is an illusion / awakening, the practice, the birth, the death, all Buddhas and ordinary people. When the multitude of phenomena are not based on the ego, then there is no illusion or awakening, there are no Buddhas or ordinary people, there is no birth or extinction ”

In this sense, human beings are different from animals or plants, because only human beings, as far as we know or have experienced, can be realized, while it is difficult if not impossible to know if this is true for animals, plants or for other sentient beings. In Buddhist culture the vision of the wheel of existence is spread, composed of the six worlds: the world of the Deva (of the gods), of the Asuras (of warriors or demigods), of human beings, of animals, of gaki (the hungry beings) and of demons (the infernal spirits) and it is clearly said that only in the human realm is possible to attain enlightenment. Although in the vision of Zen these worlds are not existing worlds, but are conditions of every human being, only when a person is in the human realm, made by pleasure and pain, no blinded by hatred or by animal instincts and not even too attached to own satisfaction of needs and pleasures (the divine worlds), just in that case a person is in the right condition to attain enlightenment, which means to get out of the cycle of existence.

When the Buddha awaked under the Bodhi tree he said: “Wonderful! Wonderful! Everything as it is, is illuminated! “. This phrase highlights on one side the importance of experience, on the other a substantial no-difference between human beings and everything else. Human beings have the same nature as sentient and non-sentient beings, which is the Buddha nature.

The term “buddha nature” has different meanings. Citing one of the greatest researchers of Dogen, the prof. Tollini, Buddha’s nature originally means “the nature of the Buddha, ie those peculiarities of buddhas and enlightened beings that distinguish them from ordinary beings, that is, the quality inherent in ordinary beings to develop and make them become buddha, or enlightened beings “. So the Buddha nature is the potentiality of every human being to become a Buddha and in part is opposed to the vision of a nirvana outside the cycle of existence, but becomes a possibility in this world, in this life to reach the enlightment.

By time, the concept of buddha nature develops and changes and is often used with different meanings. The Buddha nature, always quoting Tollini, is expanded and brought by the Yogacara school in the cognitive sphere, where it indicates that condition of non-duality opposed to the ordinary cognitive sphere of duality. According to this meaning, the Buddha nature becomes enlightenment , that condition in which there is no difference between subject and object, free from the attachments of one’s ego.

According to the Buddha, all sentient beings have the Buddha nature or as Dogen said they are the Buddha nature. In this meaning, the Buddha nature is seen as an original immaculate condition which is then dirtied or subsequently lost or otherwise forgotten. In Genjokoan, Dogen compares the Buddha nature to the nature of the wind. The disciple asked the master who is fanning: “if the nature of the wind is permanent, and reaches every place, then why do you fan?” And the teacher answered: “Even if you understand the meaning of permanent, you still do not understand the meaning of reaching every place”. “What is the meaning of reaching every place?” – the disciple asked then. The teacher began to fan. The Buddha nature is like the sun behind the clouds and the fan allows us to remove the clouds to make the sun shine, but it does not mean that the sun does not exist only because we do not see it. Using the paradoxical Zen language, however, I think it is necessary to clarify that even if in Zen practice we daily try to “purify ourselves” by eliminating impurities, this is only one side of the practice, the so-called gradual way of zen, for the immediate way do not exist impurities and the sun and the cloud are not different, which means that the clouds that cover the sun also have the Buddha nature and are not different from the sun. Both visions coexist in the zen practice and there is no opposition between these two opposite points of view. Ultimately therefore, even if for those who are not enlightened there is no illumination and no illumination, purity and impurity, for those who are enlightened such distinctions do not exist, because as we said before the way of the Buddha is the way which merges dualities, does not create dualities and this is why it is not possible to explain it by words, but only experience of it can be made.

It therefore seems clear to me that animals like plants and any other sentient and non-sentient beings have or are Buddha’s nature, so we go back to the initial question, what makes the human being special or different from other beings. I think the answer is very simple, the human beings are at the same time the same and different from other beings, depends only on what point of view we are looking at it. From the absolute point of view of the Buddha nature, there are no differences, the human being and all other beings, as well as the rivers and mountains are the Buddha nature, they are impermanent and interdependent, subordinated to the same rules, and to create even the smallest difference would be like saying that the people of the east do not have the buddha nature! Nevertheless, human beings are also different from other species, they have a different conscience and religions are the fruit of human consciousness. When Dogen says “When all dharmas (things, reality) are (are defined according to) the Buddha-Dharma, then there is illusion / awakening, practice, birth, death, all Buddhas and ordinary people “, Means that if we see the world through the eyes of Buddhist philosophy then all phenomena exist, there is practice and there is illumination, then we practice to enlighten us, we fan to reach the nature of the wind, we practices to eliminate clouds to see the sun, then yes, human beings are different from all sentient beings, but it is the Buddhist who looks at the world with the eyes of Buddhism, it is the ego that creates the world according to its own ideas, it is the map of the world that however accurate it is not the world it represents. But it is only when our representation of reality drops, when the image of the moon breaks, “when the multitude of phenomena are not based on the ego”, that reality appears for what it is, that “it does not exist illusion or awakening, there are no Buddhas or ordinary people, neither birth nor extinction “.

I do not know if it is correct, but this is my degree of understanding to date.

 

Horyu

La Pratica

Nella pratica dello zen si dice sempre di abbandonare i propri desideri, guardarli, osservarli e lasciarli andare. Questo è vero, dobbiamo abbandonare tutti i desideri tranne uno: il desiderio di risvegliarsi.

Alla fine Huike raggiunse la dimora di Bodhidarma, ma non gli fu concesso di entrare. Bodhidarma non si girò nemmeno. Per tutta la notte Huike non dormì, non si sedette, non si ripose. Rimase fermo in piedi fino all’alba. Per tutta la notte nevicò e la neve sembrava non avere pietà di lui, accumulandosi sempre più in alto fino a seppellirlo all’altezza dei fianchi. Ogni lacrima congelava e vedendo le sue lacrime gelate, Huike versava ancora più lacrime. Guardando il suo corpo, Huike pensò: “un cercatore nel passato ha spezzato le sue ossa, estratto il midollo e prosciugato il suo sangue per nutrire le persone affamate. Un altro ricercatore ha posato i propri capelli sulla strada infangata per lasciare passare il Buddha. Un altro ha gettato il suo corpo dalla rupe per nutrire le tigri affamate. Essi erano così. Chi sono io allora?”. Così la sua aspirazione divenne più forte.
Coloro che studiano oggigiorno dovrebbero ricordare queste parole: “Essi erano così. Chi sono io allora?”. In questo modo Huike rafforzò la sua aspirazione per il dharma. Non si preoccupò di essere rivestito di neve. Quando ci immaginiamo il calvario di quella notte, siamo presi dal terrore.
All’alba Bodhidarma prese atto del gesto di Huike e chiese: “Cosa cerchi? Perché sei stato fermo sotto la neve per tutta la notte?” Versando ancora più lacrime, Huike rispose: “Tutto quello che desidero è che tu apra per compassione la porta della dolce rugiada in grado di risvegliare molti esseri”. Bodhidarma rispose: “L’insuperabile, l’inconcepibile via di tutti i buddha deve essere praticata duramente e tenacemente per molti kalpas. Tu devi sopportare ciò che non è sopportabile. Ma se lo desideri solamente con una piccola virtù, con poca saggezza, con una mente distratta e arrogante, allora sprecherai il tuo tempo”.
Allora Huike si sentì incoraggiato da queste parole e senza farsi vedere prese un coltello affilato, si tagliò il braccio sinistro e lo offrì a Bodhidarma. “Quando i buddha hanno inizialmente cercato la via, essi hanno abbandonato la loro forma corporea. Adesso che vedo la tua determinazione, sei invitato a seguire la Via qui”.
Allora Huike fu accolto da Bodhidarma, seguendolo diligentemente per otto anni.

Dogen conclude dicendo: Huike fu indubbiamente un esempio e una grande guida da seguire per gli esseri umani e per i deva. Una così insuperabile diligenza non è mai stata vista prima né in India né in Cina. Quando si tratta di “sorridere”, dovremmo studiare Mahakashyapa, quando si tratta di raggiungere il midollo, dovremmo studiare Huike.

Nel Fukazazenji Dogen scrive: “Considera il Budda Shakyamuni che fu illuminato fin dalla nascita; ancora oggi puoi vedere gli effetti del suo sedersi per sei anni. E Bodhidharma che ha trasmesso il sigillo della mente; ancora adesso puoi sentirne la sua risonanza per aver guardato il muro per nove anni. Questi antichi saggi si esercitavano in questo modo. Come possono le persone di oggi astenersi dalla pratica?

Se tutti questi grandi saggi ci esortano a praticare, chi siamo noi per arrenderci al primo ostacolo, come possiamo smettere appena il vento della nostra vita cambia direzione? Adesso ci sarà un mese di pausa dalla pratica, ma la vera pratica non finisce mai, è ogni giorni, in ogni momento della vita. Auguro a tutti noi di poter continuare a praticare con la stessa costanza e la stessa diligenza di Huike e dei cercatori antichi.

Zazen e l’ abito comodo

Buddha successivamente alla sua illuminazione, non ha fatto altro che insegnare solo una cosa.
Come risolvere il problema della sofferenza.
Lo ha fatto insegnando a tutti i livelli, partendo dalle quattro nobili verità, e via via nel corso degli anni, a seconda dei discepoli e gli uditori dei suoi sermoni, percependo la capacità di comprensione di chi lo ascoltava ha introdotto temi e argomenti sempre più sottili e profondi.
Non ci ha nascosto nulla, semplicemente ci ha detto: ” Provate da voi stessi ”
Il suo ” Dharma ” ( riprendendo e riscoprendo da lui stesso un percorso già attivo nella civiltà pre-ariana ) è stato e lo è tutt’ora un mix di componenti che non solo presupponevano la meditazione seduta come architrave del tutto, ma insieme ad essa, aggiungeva (Sila) la moralità, l’etica (i precetti) il pentimento dei propri errori e fondamentalmente con l’ottuplice sentiero ci ha fornito la Via da seguire per emanciparci da Dukkha.
Dopo questo piccolo ma necessario cappello,la domanda è:
“Che cosa siamo veramente disposti a fare per risolvere la nostra sofferenza ?
Mi sembra evidente che zazen se inteso come una tecnica o come corroborante per un sollievo psichico di se e per se non è sufficiente. Scrivo zazen ma potrei scrivere altre forme di ricerca. Se fosse così tutti quelli che percorrono una ricerca sarebbero persone stranamente serene e felici, ma di fatto a parte pochi casi, riscontro una specie di assuefazione alla pratica e pochi passi verso l’emancipazione.
Di solito quando iniziamo la pratica, subitamente ne avvertiamo tutti i disagi sia fisici che psicologici.
In questo senso abbiamo e forniamo strumenti di resistenza, che molto spesso ci portano ad un abbandono della pratica, ma se rimaniamo e non siamo attenti, quegli stessi strumenti che prima si opponevano al disagio, si adattano al disagio stesso e alla fine sono il nostro comodo abito di ricercatori spirituali.
Zazen non è una tecnica, non è un passatempo, non è un hobby, non è un gioco e ne tanto meno è comodo. Se ad un certo punto dopo tanti anni di pratica non cominciamo a percepire in noi stessi, la compassione, la gioia, il sorriso, la libertà interiore, dovremmo cominciare a chiederci cosa non va nella nostra ricerca.
Io penso e credo fermamente che spiritualità, significhi affrancarsi nuovamente con il senso del (divino) e depositare in noi stessi una leggerezza e un senso di gioia e gratitudine che pur riconoscendo la difficoltà del vivere riesce in qualche modo a non essere avviluppata dal dolore che nella vita è presente.
Zazen è la possibilità che offriamo o ci viene offerta di entrare in contatto con la profondità della nostra psiche.
Non mi stancherò mai di scriverlo o dirlo, che se davvero vogliamo risolvere il problema della sofferenza, dobbiamo essere disposti a tutto. E per tutto intendo prendere contatto con la nostra finitudine, l’impermanenza, riconoscere con umiltà la nostra imperfezione, pentirci della sofferenza che abbiamo causato a noi stessi e agli altri con la nostra condotta morale, e non con un atto volitivo ma con il cuore. Dobbiamo essere consapevoli dei nostri drammi interiori e risolverli, significa scendere nel buio, capacitarci della nostra fragilità e l’orgoglio che la maschera, significa saper piangere, saper amarsi nonostante tutto, e in ultima analisi, accettarci per quello che siamo, per quello che abbiamo ricevuto, e fondamentalmente morire a noi stessi.
Diversamente saremmo e siamo una nuova maschera, indossata ad uso e consumo di un (ego) che ci ha fregato di nuovo.
Andremmo e andiamo in giro pavoni della nostra posizione all’interno di questa o quella dottrina, tronfi di carriera, o semplicemente vanesi di fare o essere praticanti zen.
Diversamente staremmo e stiamo perdendo il nostro tempo e come dice la Maestra Shundo Aoyama ci riempiremmo e ci riempiamo la bocca di parole, lontani dalla Verità e orgogliosi di noi stessi, e ahimè cosa ancora più grave,come dice il proverbio:

Non è l’abito (comodo) che fa il monaco….
Ma la purezza del cuore.

Massimo sodo Chinzari

Il dito e la luna

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito

In questa storia spesso ci identifichiamo con il saggio che indica la luna ma non viene compreso dalle persone che sono accanto, altre volte, intellettualmente, ci identifichiamo con lo stolto che non riesce a vedere la luna nonostante gli sia indicata. Tutti noi praticanti zen siamo stolti che non vedono la luna nonostante sia stata indicata chiaramente dai maestri e dal buddha, ma oggi vorrei soffermarmi su un altro lato di questa storia, il saggio che indica la luna, mentre lo stolto gli guarda il dito. Una parte difficile di questa storia è quello di non essere capiti, di convivere con persone che non vedono nonostante gli si indichi la via da seguire. Questa esperienza l’abbiamo fatta tutti, I genitori con I figli, gli insegnanti con I propri studenti o semplicemente quando diamo indicazioni e vediamo che gli altri non le rispettano. Tutti noi siamo sia saggi che stolti. Quando siamo saggi dobbiamo praticare la pazienza, una delle sei paramita, delle sei virtù insieme al dono, I precetti, la diligenza, la saggezza e il samadhi. Ognuno di noi ha le proprie visioni e le proprie teorie su cui costruisce la propria vita, alcuni iniziano a praticare lo zen e abbracciano la filosofia buddhista. Il Buddhismo ci insegna il non attaccamento, la non sostanzialità dell’ego, il lasciare la presa. Quando vediamo le persone soffrire vorremmo dirgli, non soffrire, non ce ne è alcun bisogno, tutto è impermamente, è l’idea del tuo ego che ti fa soffrire, è l’attaccamento a questo o quello che crea sofferenza. Ma le persone spesso non capiscono, ci prendono per matti, e anche se indichiamo la luna loro non vedono al di là del proprio naso. Questo ci aiuta a sviluppare un’altra virtù, quella della pazienza. Le cose non vanno come noi vorremmo, non basta dire che bisogna costruire una strada per farla o come si dice nello zen non basta pronunciare il nome dell’acqua per dissetarsi. Le situazioni, le azioni nostre e degli altri dipendono da milioni di cause, personali, sociali e politiche. Nel buddhismo parliamo di karma. Ogni nostra azione è legata a chi la compie con la sua biografia e ad un determinato momento storico. Per questo motivo quando indichiamo la luna dovremo dare una direzione al nostro dito se siamo ad est ed un’altra se siamo ad ovest. Per questo dovremo considerare se la persona davanti a noi è pronta ad accettare quello che stiamo per dire. In un sutra il buddha dice chiaramente che prima di intavolare una discussione chiedetevi se la persona è pronta a cambiare idea e se noi siamo pronti a cambiare idea, altrimenti non perdete tempo. Questo vuol dire di rimando che non sempre è possibile cambiare le altre persone anche se quello che proponiamo è giusto, magari non è semplicemente il momento giusto. Tutto questo per me ha un forte risvolto sociale. Lo zen come tutte le altre vie veramente spirituali non si propone di dare soluzioni, indica un percorso, ma non dà soluzioni facili, dicendo cosa sia giusto o sbagliato, questo si deve fare o quello non si deve fare, cerca di far sviluppare in ognuno di noi la mente di buddha, cerca di far realizzare ognuno di noi con le proprie caratteristiche in armonia con tutti gli altri. Spesso nella società vediamo situazioni che non ci piacciono, che vorremmo cambiare, vorremmo gridare per svegliare le altre persone, ma in realtà siamo noi che non siamo in grado di accettare che esistono anche cose che non ci piacciono, esistono anche crudeltà a cui non siamo pronti. Esistono tante storie al riguardo, la celebre frase di Dogen anche se li amiamo I fiori muoiono, anche se le detestiamo le erbacce cattive crescono, oppure la storia del discepolo che voleva seguire il mastro mendicante e che all’offerta da parte del maestro di mangiare il pasto del barbone morto accanto a lui rifiuta perché non è in grado di mangiare il pasto di un morto.
La vita ci offre molte occasioni per praticare la pazienza e il solo fatto di indicare la luna non ci rende maestri se non sappiamo praticare la pazienza, ci rende semplicemente diversamente illusi, praticanti che credono di conoscere la realtà. Il praticante zen continuerà a indicare la luna nonostante gli altri possano non vederla, ma proprio perché non è un sognatore, ma un praticante zen, cercherà di volta in volta di trovare I mezzi più abili per permettere agli altri di vederla, raffinerà I suoi mezzi con la compassione del buddha avalokitesvara, sempre usando la compassione e la pazienza. La domanda forse è per quanto tempo siamo in grado di tenere il dito alzato ad indicare la luna.

 

Horyu

Tosan e i cinque ranghi

Poesia

Rango uno. Il parziale dentro il completo.
All’inizio della terza guardia notturna, prima che si manifesti la luce lunare.
Non stupitevi anche se incontrandovi non vi riconoscete.
Nascosta nel cuore ancora alberga la nostalgia dei giorni passati.

Rango due. Il completo dentro il parziale.
Una vecchia dormiglione incontra un vecchio specchio.
Chiaramente vede il suo volto che non è altro che quello cui somiglia.
Tuttavia sbaglia testa e non cerca di riconoscere quell’immagine.

Rango tre. Pervenire dentro il completo.
Dentro il nulla vi è un sentiero che porta lontano dalla polvere. Se soltanto ti astieni con attenzione dal presente tabù del nome, allora, tacitando tutti, supererai in abilità coloro delle passate generazioni.

Rango quattro. L’arrivo dentro il parziale.
Due spade incrociano le loro punte, non serve evitarle.
Colui che è abile è piuttosto come un loto dentro il fuoco.
Proprio così, in modo naturale lo spirito si innalza fino al cielo.

Rango cinque. L’andare dentro entrambi.
Non cadendo dentro a esistenza e non esistenza, chi lo può eguagliare?
Gli esseri umani desiderano a tutti costi uscire dal costante flusso.
Ma dopo aver fatto tanto, alla fine si torna a sedersi sulla brace
.

Questa poesia descrive il rapporto tra l’assoluto e relativo, cioè tra il completo ed il parziale, la dimensione assoluta dell’illuminazione ed i molteplici fenomeni della realtà.

La prima fase, il rango uno, è quando siamo nell’oscurità, nella notte, all’inizio della terza guardia notturna quando ancora non è presente la luce lunare. In questa fase, non siamo in grado di riconoscere il nostro vero sé, perché siamo ancora troppo attaccati ai giorni passati, cioè al nostro io illusorio costruito fin dalla nascita.

Nella seconda fase, una vecchia dormigliona, il nostro vero io, è ancora troppo assonnato per potersi riconoscere anche quando si vede riflesso in uno specchio, e per questo confonde la propria immagine con quella di qualcun altro. Abbiamo ancora bisogno di tempo per poter vedere.

Nella fase successiva, il terzo rango, abbracciamo e seguiamo la via del vuoto, che ci porta a ad andare oltre ai nostri concetti, abbandonando la mente discriminante che attribuisce nomi a cose, sensazioni, persone.

Ma anche se siamo sulla buona strada, siamo ancora lontani dalla meta, perché ad un certo punto arriverà una sfida, due spade che si incrociano. Proprio in quel momento, non dobbiamo scappare, ma attraversare quella difficoltà come un fiore di loto attraversa il fuoco senza esserne bruciato. Questo è un momento molto importante nella pratica di tutti noi.

L’ultimo rango, la quinta fase, è quando dopo essere usciti fuori dal parziale, percorso l’assoluto, ritorniamo nel parziale con la consapevolezza dell’assoluto. L’ultimo verso della poesia dice infatti che colui che va al di là dell’esistenza e della non esistenza diventa ineguagliabile. Anche se gli esseri umani desiderano a tutti costi uscire dal flusso della nascita e della morte, cioè rimanere nello stato assoluto, il vero praticante è colui che dopo aver fatto tanta strada torna a sedersi sulla brace, cioè torna a vivere nel mondo dell’illusione.

Dogen esprime lo stesso concetto nei primi due versi del Genjokoan quando dice: quando tutti Dharma sono il Buddha Dharma, c’è illusione e realizzazione, pratica, vita e morte, Buddha ed esseri viventi. Quando i 10.000 Dharma sono privi di un sé fisso, non c’è né illusione né realizzazione, né Buddha né esseri viventi, né nascita né morte.

Non pensiare che queste siano solo disquisizioni mentali queste fasi le passiamo ogni momento. Ad esempio, quando veniamo per la prima volta alla Dojo, siamo solo degli individui e non vediamo in noi la natura del Sangha. Dopo che frequentiamo il Dojo per un po’ di tempo, diventiamo familiari con il concetto di Sangha, ma ancora non riusciamo a vedere noi stessi come parte del Sangha. Se proseguiamo a praticare, iniziamo ad agire in armonia con gli altri, ci armonizziamo nei gesti, nei canti, nella pratica. Abbandoniamo il nostro ego e diventiamo il tutto, siamo finalmente Sangha. Ma siamo ancora a metà del nostro cammino, basta uscire dalle porte del Dojo per veder ricomparire il nostro ego ordinario. Facciamo ancora distinzione tra la nostra vita ordinaria al di fuori del Dojo e la vita armoniosa e unitaria all’interno del Dojo. Poi nascono I conflitti, la nostra idea di armonia e unità vengono messi in crisi anche all’interno del Dojo, e non ci riconosciamo più come parte del Sangha. A questo punto possiamo percorrere due strade, fuggire e cercare da un’altra parte, perseguendo la nostra idea personale, o attraversare I fuochi dell’inferno come un fiore di loto. Se rimaniamo all’interno, abbandonando anche l’idea di un Sangha e di un non Sangha, di un me e deglif altri, di un Dojo e di un mondo ordinario, allora diventeremo veramente un Sangha rimanendo noi stessi, ed anche uscendo dalle porte del Dojo, nel mondo delle illusioni, vivremo all’interno del Sangha, ci comporteremo come se stessimo all’interno del Dojo.

Horyu

 

*Ispirato dal libro di A. Tollini, la via dello zen.

Buddha e non buddhismo

Il primo settembre del 2000, dopo anni di ricerca nei vari percorsi spirituali e due anni di psicoterapia, sedendomi su uno zafu nero, decisi che lo Zen era la mia strada.
Dopo circa due anni a 38 anni, in un  mondo (domanda e risposta con il maestro in pubblico ) appena ordinato monaco, chiesi al mio maestro cosa significasse essere monaco, e lui per tutta risposta mi disse che la mia domanda era una domanda aperta, e che seppur riferendomi ai voti espressi, alla devozione e all’impegno nella Via, in realtà la stessa domanda avrebbe trovato le sue risposte solo nello scorrere del tempo, e mai e poi mai sarebbe stata una risposta esaustiva.
Così eccomi qui sedici anni dopo, ad un passo del 54° compleanno, a condividere con chi leggerà, a farmi la stessa domanda.
Cosa significa essere monaco ?
Mi accorgo che l’uomo ha preso il posto di quella forma di acerbità presente allora, la pelle, il volto, il tono muscolare sono cambiati e con essi sono mutate le condizioni. L’esuberanza, l’entusiasmo, la romantica accezione della vita, e molto probabilmente una differente visione del buddhismo inteso come ismo e dogma, ma e lo spero vivamente ho di nuovo incontrato il Buddha per strada e l’ho ucciso.
Se preferite ho incontrato Cristo e ho ucciso anche lui.
Ecco ora penserete che sono un assassino, come darvi torto ?! La mia strada, la mia Via si è costellata di morte e rinascite. Sono sempre arrivato ad un punto, ma nemmeno il tempo di sostare, che già l’impulso del ricercatore era li a spingermi oltre… a fare un nuovo passo nell’ignoto.
Un amico poco fa mi ha detto che nessuno gli ha mai indicato la Verità e questo lo ha fatto soffrire molto.
Ma io penso che nessuno può dirci la Verità. Piuttosto essa è ignota nel futuro, e ha le orme dei nostri passi nel passato, nel presente possiamo solo stare con quello che c’è e imparare ad essere non solo consapevoli, ma soprattutto compassionevoli verso noi stessi.
Già la compassione è una peculiarità che ci manca. Penso che siamo talmente pieni di ego da dimenticare quella specialità di volerci bene, di amarci fondamentalmente così  come siamo, passando inevitabilmente nell’accettazione totale di noi stessi.
Mi accorgo di essere andato fuori tema, una digressione narrativa e autobiografica uscita senza rendermene conto, e quindi torno alla domanda iniziale cosa significa essere monaco ?
Cerco di aiutarmi con il vocabolario
monaco
monaco/
sostantivo maschile
1. 1.
Religioso che, isolato o nell’ambito di una comunità, si dedica alla pratica della devozione.

Origine
Dal lat. tardo monachus, dal gr. mònakhos, der. di mònos = solo.  Sec. XIII.

Facile no ?!
Si è facile se non fosse che in mezzo a questa spiegazione c’è la vita. La vita fatta di carne ossa e midollo, di illusioni e santità, di lutti e dolori, di risate che forgiano l’anima e di fondo le quattro nobili verità a monito che tutto scorre, che la vita è sofferenza, che c’è una possibilità per “guarire” e che esiste un Sentiero per uscire fuori da questa condizione che si chiama “dukkha”!

Perchè nel Buddha si infila il buddhismo ?
Chi ce lo ha messo ?
E’ una necessità umana questa o il tentativo di afferrare la verità di un singolo uomo e renderla manipolabile a proprio favore..?
Penso che siano vere entrambe, ma nell’ismo non c’è niente. E non il niente del tutto è vuoto e vacuità intendo dire il niente vero e proprio.
Lo so sto girando intorno al discorso di cosa significa essere monaco.
Ecco finalmente mi arriva una specie di risposta che pur sapendo e riconoscendola come non definitiva mi solleva dall’incarico di aver avuto la presunzione di spiegarla a chi ora sta leggendo queste quattro parole di un monaco zen a Roma.
E’ aprirsi totalmente alla propria sofferenza, al senso di disagio e di inadeguatezza, alla fugacità della vita e l’ineluttabilità della morte, è morire a se stessi e trascinare con la nostra morte l’idea di Buddha e di Cristo, è creare uno spazio interiore all’interno del quale possiamo rimanere con l’attrito della sofferenza psichica e percepire con la nostra sensibilità il dolore degli esseri senzienti, uno ad uno fino a rimanere con gli occhi arrossati di lacrime e un senso di impotenza ( conditio sine qua non ) per essere veri.
Vero e non monaco.
Il monaco è una dipanazione della verità nel momento in cui si esprime attraverso lo zazen, la preghiera e la presa di coscienza di quanto descritto poc’anzi.
Ma avrei potuto scrivere invece che monaco, poeta, artista, contadino, operaio, casalinga, avvocato, la differenza la fa l’abito ma non il cuore.
La differenza la fa il Buddha e non il buddhismo.
Nel primo cerco la sacrosanta verità dentro di me che tutto è natura di Buddha ( la costante trasformazione dei fenomeni o mujo se preferite ), nell’altro mi allontano perché seguo la dottrina, la fissazione, il dogma, l’ambizione al potere e a tutti quei atteggiamenti che sono di carattere collettivo e quindi vincolati dalle dinamiche spurie della ricerca spirituale.
Monaco è essere soli. E non disperarsi pensando che sia isolamento, ma solitudine condivisa.
E’ non affidare a nessuno la propria responsabilità. E non delegarla
E’ sperimentare attraverso le procedure empiriche che il Buddha ci ha invitato a verificare di persona, i pensieri, le parole, i fatti e le impronte del passato verso il futuro.
E’ rifarmi la stessa domanda fra uno, dieci , e speriamo vent’ anni.
E’ non aver conseguito nulla, meno che mai l’illuminazione e né tanto meno la Verità
E’ dover uccidere di nuovo Buddha e Cristo perchè di nuovo in me ci saranno appigli e incertezze, e mi sarò attaccato nuovamente al Buddha e al Cristo
E per concludere ma queste non sono le mie parole

<< Quindi, o Ananda, siate lampade per voi stessi. Siate voi il vostro rifugio. Dirigetevi in voi stessi invece che a rifugi esternià (Sutra del Nirvana)

 

Buddhist Criminologist Michael Salter talks to Liona’s Roara’s Haleigh Atwood about addressing and preventing sexual abuse in Buddhist communities.

An expert on faith-based abuse talks about how Buddhists can address sexual misconduct
BY HALEIGH ATWOOD| FEBRUARY 27, 2018

Buddhist Criminologist Michael Salter talks to Lion’s Roar’s Haleigh Atwood about addressing and preventing sexual abuse in Buddhist communities.
Michael Salter.
Criminologist Michael Salter.

Michael Salter is a criminologist specializing in gendered violence, child abuse, and mental health. He is also a lecturer in criminology and member of the Centre for Health Research at the University of Western Sydney in Australia. Ten years ago, he started researching the benefits of meditation for child abuse survivors, and, in doing so, found a personal connection to Buddhism. He says that Buddhism has provided him with the compassion and stability he needs to do his work as a criminologist.

His book, Organized Sexual Abuse, is a comprehensive analysis of sexual abuse by organized groups. It examines the role religion and ritual can play in these cases.

Recently, Salter worked on a royal commission in Australia about institutional responses to child sexual abuse. The 217-page report is based on more than 8,000 personal stories and 1,000 written accounts from survivors. It includes a list of actions religious institutions can take to reduce the risk of abuse in their communities.

Salter spoke with me about abuse in Buddhism, preventative measures, the complexities of trauma, and what resources are available for survivors and their communities.

Lion’s Roar: Has Buddhism helped you manage the emotional impacts of your research?

Michael Salter: I think it’s one of the main reasons I’m still able to do the work. A lot of my research is with survivors of pedophiles, so we see people who have been severely abused and exploited – typically by those who have been close to them.

We also see a lot of betrayal and failure of the systems around them that should have protected them. Often that failure is ongoing – they’re not receiving adequate mental health care.

All forms of authority can be misused in sexual misconduct. I don’t think there is any religious doctrine that is exempt from that.
Meditation practice can provide you with stability and flexibility. And I think the broader Buddhist view allows us to make sense out of what we see without being overwhelmed.

On your blog, you mention the role that compassion plays. You’re able to feel compassion and empathy for someone, even if you’re not able to do anything for them.

It’s very powerful. Compassion is a mental action, so it is something that you’re doing. It’s not a passive factor in a relationship. We don’t want to overstate what we can offer people in the present, because sometimes it’s quite limiting when people are really suffering. At the same time, I wouldn’t underestimate the power of compassion. I think it’s often what people are waiting for. It’s what they need. Sometimes feeling like there’s someone who cares and understands can be life-changing.

One of the things about compassion is: we’re not promising more than we can offer. An honest, authentic practice of compassion is accepting your limited role. The boundaries are clear. As a listener, you’re not overwhelmed by their story. You’re present, you’re sympathetic, but you’re not injured by what they’re telling you. That’s a real burden for traumatized people: the idea that their story hurts other people. They don’t want to talk because they don’t want to feel like they’re harming others.

Have you come across contemporary reports of abuse in Buddhist communities?

There are multiple reports around the world of transgressions by spiritual teachers in Buddhist communities, and this can take a range of forms.

There are different forms of power that can be manipulated in a religious context. We’ve seen examples of sexual misconduct in Buddhist communities that arise from a very traditional authority base. The argument of the teacher is that they are the holder of the lineage and they are bestowing this wisdom upon their students. If their students are authentic, they will not question those teachings and they will obey the lama. We can see very orthodox forms of religious authority being misused in that way.

If your community has problems, that isn’t the end of your practice or your faith.
We can also see communities where there is no central tradition. They are heterodox, so there is a lot of mixing of traditions. That could also be an issue because there is no central text or authority providing moral boundaries for the community.

I think all forms of authority can be misused in sexual misconduct, and I don’t think there is any religious doctrine that is exempt from that. In terms of a healthy religious community, the question is about an open discussion around boundaries, power, sexuality, and the critical position of the students. Are students in a position to openly question authority without being sanctioned by teachers or the community? It doesn’t matter how traditional – communities should always have a space where students feel comfortable putting their hands up in public and saying, “I don’t understand. I don’t agree with this. I need more explanation.”

Does that relate to preventative measures that communities can implement proactively?

Absolutely. I would really like to see Buddhist communities with more explicit policies and procedures around what constitutes sexual misconduct.

Sexual misconduct is defined more broadly in a Buddhist context than it is in the criminal code. For example, the criminal code is focused on consent and the age of consent, whereas Buddhist understandings of sexual misconduct are much more attuned to power relations, particularly the power relation between teachers and students.

Yet, we also see doctrines where there appears to be blurring of those boundaries, particularly in relation to Tantric practice. One of the reasons why those teachings were kept secret for a long time is because they are so easily misunderstood. Without explicit instruction, guidance, and boundaries around those teachings, they can be – and they have been – misused in a very opportunistic way. I think they can be very confusing for students, so that’s where we need clear articulation of what these teachings mean and how students should relate to their teachers.

How is the Buddhist definition of sexual misconduct broader than the legal definition?

The Buddhist understanding of sexual misconduct is quite attuned to power relations. It’s very clear about the relationship between the ordained and the lay.

Ordained people often find that the robes act as a blank screen that people project a lot onto. There’s a lot of attachment, longing, and desire that nuns and monks can face from students. They need to be cognizant of that and aware of those dynamics, because that can be quite intoxicating for ordained people.

Buddhist communities in the West are fairly adult-focused. That’s partly the reason we haven’t seen a lot of child sexual abuse cases in Western Buddhism. But when we look at reports of abuse in monasteries, there’s no question that very young monks have been subject to sexual abuse by older monks. Those reports have often occurred in countries that have no child protection system or no mass media. As Buddhist communities in the West grow, the other area we need to be conscious of is the potential for child abuse.

We must avoid this naive we’ve seen in mainstream Western faiths that assumes if someone is ordained then they wouldn’t hurt anyone. I would love to believe that in the Buddhist context, but it’s not the case.

We don’t seem to hear as much talk about child sexual abuse in Buddhist communities as in other faith communities. Why do you think that is?

I think one of the reasons why faith-based abuse has been so prominent in the West is because, over the last hundred years, the Christian church had a major role in running child-focused institutions.

Buddhist communities have been much smaller and much more scattered. When we see abuse it’s going to be less systematic than the abuse that we’ve seen in other faiths. It’s not because we’re immune to this. It’s because we’ve never had that network of child-focused institutions.

Communities should always have a space where students feel comfortable putting their hands up in public and saying, “I don’t understand. I don’t agree with this. I need more explanation.”
I want to see Buddhism get ahead of this issue now and learn from the mistakes of the past, rather than wait for these scandals to emerge. We know how to prevent child abuse in faith communities. All Buddhist communities should be aware of the risk, and leaders need to be aware of their responsibilities and best practices for preventing this. We need open discussion around sexual misconduct in the Buddhist context.

What are some of the challenges around talking about sexual abuse in Buddhist communities?

I think it can be a challenging conversation in Buddhism because we have a different understanding of cause and effect. Doctrines of karma can play into this in an unfortunate way if somebody’s abuse is framed as: “you must have hurt someone in the past, which is why you’re being hurt now.”

Questions of responsibility and blame around sexual misconduct need to be unpacked. We must make sure that we are aligned with the person who has been transgressed against. They should understand that we are supportive of them while still holding true to the Buddhist view of cause and effect, and the role of actions in creating potentiality.

Allegations of sexual misconduct are very polarizing for communities. It’s hard for people to accept that their spiritual leader could do such a thing. As communities are hurting, how can they still show support for the victims who come forward?

If Buddhism is going to flourish and grow, communities need formal decision-making structures, and they need to be democratic. I think this is a prerequisite in a modern environment. We need input not only from ordained people but also from laypeople. This helps ensure that when somebody comes forward with a complaint, there is someone with the authority to start a conversation or an investigation.

There are very firm rules around sexual misconduct by the ordained. If there has been sexual misconduct by people who wear robes, then that needs to be handled according to the Vinaya – the framework that governs ordained conduct. How those rules are implemented will depend on the tradition, but certainly in my tradition the ordained would be disrobed.

Most Buddhist communities in the West will also be bound by mandatory reporting laws. A criminal allegation needs to go to police, particularly around child abuse. As far as adult sexual assault is concerned, the victim’s discretion is important. The victim may not want to go to police. But if they do, they should be supported by their community.

How do these incidents change a community, and how can a community start on the journey toward healing?

It’s particularly devastating when there’s been misconduct or abuse by a spiritual teacher. For example, in Mahayana Buddhism there are explicit instructions around seeing the teacher as a fount of knowledge and wisdom. You relate to them as though they are already enlightened. To be confronted with clear evidence that that person is acting on delusion and has harmed other people would be very difficult. I’ve never seen much guidance on how a community recovers and understands itself after being betrayed by somebody who has posed as a guru or a teacher.

Even though that community can no longer function because they’ve lost their teacher and there has been betrayal, that community is still part of a broader Buddhist tradition. You’re a member of a community that is part of a larger, supportive tradition. This means if your community has problems, that isn’t the end of your practice or your faith. It’s not your last opportunity to receive these teachings. There will be other communities you can join.

I think it can be really healthy to experience different teachers. Every teacher is different and the way they organize communities around themselves is different. Being exposed to different ways of relating to teachers is healthy and can assist people in asking questions about their community and their leadership.

What resources are lacking for survivors of sexual misconduct by Buddhist teachers?

There is a lot that needs unpacking around Buddhist philosophy and its relationship to sexual misconduct in a contemporary age. How do we understand responsibility? How do we understand blame? How do we understand guilt in relation to sexual misconduct?

We need guidance, because there are multiple examples of sexual misconduct throughout the West over the last forty years. Westerners are often not in a position to challenge incorrect teachings because they’re meeting Buddhism for the first time. They just don’t have the background knowledge to ask those questions.

We’ve just seen quite a famous, senior lama exposed for physically assaulting his students. It just absolutely tore his followers apart. When I read his history, I saw red flags around his behavior, but that’s partly because I’ve had ten years of in-depth study on what one should expect from a teacher. But if I’d met him ten years ago, I could be the one feeling betrayed, lost, and calling my faith into question.

We need to ask how we can create structures and principles that support Westerners as they enter into Buddhism in a way that ensures they clearly understand the ethical obligations of their teachers.

We’re asked to invest a tremendous amount of faith in our teachers once we’ve decided who our spiritual guide is going to be. I think that decision can easily be made prematurely.

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La Via dello Zen

La Via dello Zen, non è né facile né difficile, ma ha un sapore particolare.
Che nasce dalla consapevolezza di procedere in un percorso di abbandono dei meccanismi egoici, pur rimanendo nella centratura di un Io equilibrato e allo stesso tempo, morbido e fluido.

La Via dello Zen, è la Via del Risveglio, ma non come pensiamo illusoriamente ed impropriamente ad uno stato personale estatico, scevro dal o dai… piuttosto ad un Risveglio che ci restituisce il senso di non separazione al Tutto.

E in questo Risveglio procediamo soli e in solitudine.

Soli e spesso con un senza di separazione dal tutto.

Un vero nonsense !

E’ immergersi profondamente nella nostra intimità, riconoscersi nel buio, nella paura, nella rabbia, nell’angoscia, negli aspetti di noi stessi negati, rimanendo in contatto pieno con tutto ciò.
Penso che se non parlassimo di questo, non daremmo alla pratica dello zazen, la possibilità di emanciparci.

Evitare il dolore e la ferita che neghiamo alla accettazione completa di noi stessi, come esseri umani, finiti e a confronto continuo con l’ineluttabilità della morte, significherebbe
togliere dignità alla Via dello Zen.

Se tutto ciò sembra ostico, e duro, non posso negarlo.

In fondo cerchiamo qualcosa per noi stessi. Un qualcosa che ci liberi dalla sofferenza, da quel senso continuo di insoddisfazione, e poi prima di qualsiasi stato liberatorio, ci ritroviamo con le lacrime negli occhi, e un senso di insopportabile inutilità.

Ma tanto più decongestioniamo le nostre attività nocive, tanto più ci avviciniamo a quello spazio vuoto interiore, dove è possibile rimanere vigili, equidistanti, consapevoli e finalmente sereni.

E’ in questo spazio, che nasce il senso di un Risveglio diverso.

Non più legato alla necessità di ( stare meglio ), ma piuttosto alla condizione di stare/essere e condividere la vita con tutti gli esseri senzienti, senza nessuna separazione.

Fra qualche giorno, come di consueto, ci sarà la Rohatsu, cioè la notte di veglia. Notte in cui si medita dalla sera del 7 dicembre, fino alla mattina del 8 per ricordare il Risveglio del Buddha.

In quella notte l’uomo che iniziò la sua ricerca per affrancarsi dalla propria sofferenza, realizzò la fine di essa, con la profonda consapevolezza di non essere separato dall’ Intero Universo.

In fondo l’illuminazione del Buddha, è molto semplice. Così semplice che ci fa dire: ” E’ tutto qui ” ?
A quanto pare sembra proprio così. E’ tutto qui.

Questo è il sapore dello Zen.