Tutti gli articoli di Massimo Chinzari

L’ ozio e il rientro

E cosi le vacanze sono finite.
Chissà perché?ma per me l’anno inizia a settembre e non a gennaio.
Settembre è tempo di progetti, di proposte, di rinnovamento.
Di solito mi propongo degli obiettivi.
Dieta, un corso da seguire, una vita più sana.
Orari stabiliti e meno convulsi, sport.
Poi inevitabilmente (nonostante le buone intenzioni) piano piano, la vita caotica e ordinaria riprende il suo controllo,e molto spesso, mi ritrovo al punto di partenza, con il disagio di non aver mantenuto gli impegni presi, lo stress che avanza e la vita che mi scorre sotto i piedi, inesorabile e implacabile.
Chi si avvicina allo zen, alla meditazione zen, spesso si avvicina con gli stessi intenti.
L’entusiasmo, il bisogno di risolvere gli attriti interiori, la sofferenza, o più semplicemente un accostarsi ad un percorso spirituale, come cammino di crescita interiore.
I primi mesi sono esplorativi, a volte ricchi di entusiasmo, altre volte inquieti, ma molto spesso, quella persona a cui ci siamo affezionati, come fratello o sorella spirituale, sparisce.
I motivi di questa sparizione, dopo 20 anni di meditazione, posso comprenderli.
Si inizia con un piccolo dubbio, poi la svogliatezza, la pigrizia, le bugie dell’ego, e alla fine non si viene più.
Ci sta. E’ umano. E ci sta pure che lo zen, lo zazen non sia per tutti.
Questa estate ho imparato una cosa.
Ed è una cosa, che ho sempre considerato quasi un tabù?, se non un peccato mortale.
Ho imparato l’arte dell’Ozio.
Come essere umano, ne avevo bisogno.
Un bisogno scevro dai condizionamenti, libero dai ruoli imposti dalla vita.
Monaco, compagno, padre, lavoratore.
A volte è necessario saper oziare. E qui non mi riferisco all’ozio pigro e sgradevole del lasciarsi andare al vizio, ma a quello salutare e risanatorio dell’ otium Romano.

LE VIRTU’ DELL’OZIO ROMANO
“L’otium dei Romani costituisce una dimensione del vivere tutt’altro che banale. Esso non va confuso, infatti, con la inertia, ossia (propriamente) l’assenza di ogni ars, la mancanza di abilità o ingegno; e neppure con la desidia, ossia lo “star sempre seduti”, il non far nulla. Al contrario con otium i Romani indicavano tutte quelle circostanze in cui si è liberi da impegni, siano essi politici, militari o religiosi. In questo senso l’ otium romano è una categoria molto bella perché non è morale, o moralistica, ma civile… ”

Ecco allora che si apre una possibilità.

Invece di sentirci schiacciati dagli impegni, e da noi stessi, l’ozio ci fornisce quello spazio interiore attraverso il quale possiamo rivedere i nostri impegni e buoni propositi, senza affondare e/o sentire un senso di sconfitta, laddove ci eravamo proposti dei buoni intenti.

Prima di prendere una decisione di abbandonare la Via, è sempre meglio condividere i propri dubbi, parlarne con i responsabili, chiedersi cosa sta succedendo dentro di noi.
Altrimenti quella piccola fiammella di dubbio e paura, non saremo più in grado di spegnerla, e allontanandoci dalla pratica, avremo perso una immensa possibilità di crescita spirituale e non solo.

Opulenza

Opulento dal latino opulentus, derivato di ops ,mezzi, ricchezza, potere’, col suffisso -ulentus, che indica abbondanza.

Assistiamo oggi in Europa, come negli Stati Uniti, a una crescita forte, di un processo che ha le sue origini negli anni 60, di un percorso moderno, della spiritualità orientale. Infatti non ci vuole poi molto per vedere il continuo prolificarsi, di scuole, metodi, percorsi, dottrine, che in qualche modo, sussistono l’orfano occidentale e moderno, ateo e non solo, alla sua crescita interiore, e per così dire, alla ricerca del dio che non c’è,nel tentativo e sforzo comune all’umanità di liberarsi comunque dalla sofferenza, intesa qui in ambito buddhista come dukkha (sofferenza )
Lo zen come ultimo arrivato e scevro, dai condizionamenti dogmatici, per anni ha goduto di una speciale riservatezza e autarchia. Una sorta di libertà anarchica, ( spesso male interpretata ) in cui ci si poteva avvicinare, senza sentirsi travolti, da ciò che era stato abbandonato in precedenza e nei secoli, con illuminismo prima, e dio è morto, successivamente. Un senso di quiete serena, dove l’altare spogliato, rimaneva essenza e simbolo di vuoto. Finalmente una spiritualità a cui ci si poteva rivolgere, senza la mediazione di un ente, o istituzione, e seppur presente, necessaria e primaria la figura del Maestro, questo io-tu, non era invischiato dalla politica, e ne tantomeno da ogni convenzione clericale e non solo.
E’ pur vero che questa apparente libertà, ha subito gli impulsi ambigui, della non codifica, e di un mancato percorso pedagogico. Troppi sono stati infatti gli abusi, e la prevaricazione, e non poche, le relazioni discepolo maestro cosi squisitamente dipendente e narcisista. Ma questo è un capitolo a parte. In ogni caso, gli stessi meccanismi sono comunque presenti, con l’aggiunta della clericalizzazione della spiritualità, che sempre piùalmeno qui in Europa si sta arricchendo di un qualcosa che tra l’altro non ci riguarda, in quanto occidentali, in quanto non giapponesi.
Sembra in questo senso che lo svestimento dell’altare, lo spogliarsi dell’io, perchè dio non c’è?, ma l’io lo ha sostituito, abbia avuto come tragica conseguenza, una iconografia ecclesiastica, a cui è impossibile sfuggire.
Il sorriso cardinalizio è di nuovo presente, e a mio parere (mi prendo le responsabilità ) del mio articolo, siamo ben lontani dalla genuina semplicità di Dogen, e per avvicinarci più a noi, dalle magnifiche e stupende parole di Kodo Sawaki.
Quello che noto, osservando il nuovo clero zen buddhista occidentale, è la manifestazione teatrale, di un qualcosa che è stato demonizzato prima, e riproposto poi, in chiave moderna, ( perseguendo un codice che lo si definisce zen giapponese, ma che di giapponese ha poco, in quanto a sua volta di origine cinese ), e quindi per nulla autentico almeno per noi, uomini senza un dio, di un qualcosa che in definitiva non ci appartiene come cultura, e ne tanto meno come tradizione. C’è stato negli anni, un appropriarsi del vuoto, inteso come vuoto di potere, e ci si è infilati, con la gentile concessione della Sotoshu (la chiesa zen giapponese ) per mettere un sigillo e un affermazione su quella libertà originaria, diventando così simili all’opulenza vaticana, anche se in forma minore, ma non per questo, meno pericolosa e personalmente lontana anni luce, dalla semplicità dello zazen.
Quello che contesto in questo articolo, èl’ambizione, la politicizzazione, la presa salda sul potere, che come ogni forma di potere, sugella se stesso, attraverso altro potere identico. Mi si può opporre, come argomentazione, che ogni struttura, necessita di una organizzazione, ed è vero. Ma tra l’essere semplicemente seduti, lontani dall’aspirare posizioni e cariche, praticando lo shikantaza e l’arrogante ambizione verso la punta della piramide, c’è una grandissima differenza.
Probabilmente il mio concetto, è utopistico, troppo anarchico e con una forma geometrica che non piace.
A proposito di forme geometriche, mi riferisco al cerchio così tanto decantato e idealizzato, da renderlo in questo modo così storpiato dall’ esser divenuto un triangolo.
Già ma alla fine è sempre la stessa storia, e permettetemi una battuta.
Il triangolo no, non l’avevo considerato.

Lo zazen che non serve a nulla

E’ strano, poi arrivo ad un certo punto della Via e sedendomi mi chiedo perchè faccio zazen ?

Il nulla.

Le infinite domande poste in tutti questi anni, non trovano risposta.

Mi porto addosso questa sensazione per un mese. Un mese di tre mesi terribili, devastanti per certi versi. Dolorosi.

E’ un koan che risuona in me, ad ogni zazen. Mi perseguita tirandomi per il kolomo, e i vestiti di tutti i giorni.

Perchè faccio zazen ?

Una specie di ragnatela melassa e appiccicosa si appella al buon senso della ragione.

Perchè ho paura di morire, perchè sono fragile, perchè in me c’è qualcosa di sbagliato.

Ah l’inconscio e il senso di colpa, subdoli alleati del ricercatore spirituale.

La risposta che non è una risposta nel mese è: Solo ciò che
è vero !

Già ma cosa è vero ?

Imbalsamato dai processi mentali, costruzioni empiriche di identità vacue, ho continuato a sedermi in zazen.

Let it be mi sono detto.

E non c’è stato giorno o attimo, che non abbia vacillato in questo perchè.

Ed è strano parlare di una fede che in qualche modo mi ha sostenuto nel proseguire a sedermi sul mio zafu, davanti a quel muro silenzioso, e tutto il bianco che si impone come il carnefice delle nostre illusioni.

Mi sorprendo di tutta questa caparbietà, che nonostante i dubbi, necessita e supporta lo sforzo di sedermi ancora e poi ancora, anche, quando lo zazen stesso non mi parla più, e decide di non rispondere alle mie domande nascoste.

E’ un lutto.

Un lutto vero, che corrisponde ad un evento nella vita, ed un lutto con me stesso.

Cadono foglie come in autunno, di tutti i miei copioni di vita.

E fa freddo senza vestiti.

Lo stesso freddo che ci attanaglia il corpo e la mente presente al campo invernale della Gendronniere.

Il ghiaccio dell’ego

Il ghiaccio della personalità ( maschera ) che fredda e cristallizzata si sta disintegrando è dietro il mio perchè.

Siedo nel dojo, respiro.

Respiro e tutto me stesso pienamente me stesso, si manifesta totalmente nel qui e ora.

E’ un sorriso di liberazione.

Nulla è nascosto mi dico, e mi viene in mente il bellissimo libro di Barry Magid.

Nulla è nascosto e nulla è sbagliato, nulla di riparare.

Finalmente attingo direttamente alla sorgente.

Lasciato andare il perchè, la domanda assume un tono squisitamente poetico.

Faccio zazen. E tutto il mondo mi appare, senza separazione, attimo dopo un attimo, e questo nulla che pretendevo di correggere, modificare, aggiustare, vincere, subliminare, uccidere, improvvisamente è un nulla che ha un sapore particolare.

Uno splendido e indefinibile sapore Zen

La gioia di Dare e Condividere – Fuse del Rev. Shugen Komagata

Nel quarto capitolo del Shushogi, la moderna raccolta di brani tratti dall’opera principale del nostro Venerato Antenato Dogen, lo Shobogenzo, sono descritti i quattro metodi integrati del bodhisattva (Shishobo) che sono di beneficio a tutti gli esseri viventi: 1) dare (fuse), 2) parole gentili (aigo), 3) atti benefici (rigyo) e 4) collaborazione (doji). Questi metodi rappresentano i voti del bodhisattva messi in pratica, azioni che una persona compie per il bene degli altri, senza pensare di riceverne qualcosa in cambio.

In questo articolo, mi concentrerò sull’idea di “dare”, o “fuse” in giapponese. Secondo la traduzione ufficiale Sotoshu del Shushogi, “dare” significa “non bramare” ma condividere. Le persone sono incoraggiate a dare, perché “in principio… niente è davvero nostro”. Tutto nella vita di ognuno è lì per essere condiviso, non posseduto per interesse personale. Quando si considera attentamente il seme dell’umana sofferenza, ci si rende conto che è l’innato egoistico senso di attaccamento alle cose che alimenta il ciclo di nascita e rinascita. È anche l’apparentemente incontrollabile e insaziabile desiderio umano di possedere le cose che spesso impedisce alle persone di dare e condividere le cose – sia materiali, sia immateriali.

Nel Shushogi, si legge, “dovremmo dare anche una sola monetina o un singolo filo d’erba di risorse, in quanto potrebbe aiutare ad rafforzare le buone radici in questa vita come nella prossima. Senza ricerca di premi o ringraziamenti, semplicemente condividiamo la nostra forza con gli altri.

Quando le persone fanno dell’atto di dare integrante parte della loro intima identità, le loro azioni li portano naturalmente ad apprezzare il valore di ciò che hanno. Più importante, questo dà loro la possibilità di migliorare la consapevolezza della loro esistenza in questo mondo di interdipendenza.

È molto difficile vivere la propria vita priva di interdipendenza. Le persone sono spesso convinte di poter vivere le loro vite giorno per giorno in modo indipendente in quanto gestiscono la loro routine secondo il loro potere e capacità. Tuttavia, non sono completamente indipendenti in un mondo interdipendente, perché una delle necessità di base nella vita – il nutrimento – è fondata sull’interazione tra le persone. Per esempio, il piatto con i fagioli lessi sulla tavola viene dalle mani che li ha cotti. Le mani che hanno cotto il cibo hanno comprato i fagioli dal fruttivendolo al mercato. Il fruttivendolo al mercato ha acquistato il legume dal distributore. Il distributore ha acquistato i fagioli dall’agricoltore che li ha coltivati. I legumi provengono dalle piante che crescono nel campo. Questo è solo uno degli esempi di interdipendenza. Ogni individuo troverà innumerevoli modalità che sono dipendenti da altri o anche dall’ambiente che li circonda. In verità, vi sono molte persone che sono in grado di mantenere le proprie vite solo grazie agli altri. Di conseguenza, è facile comprendere come la pratica del dare sia un modo positivo e compassionevole per connettersi ed interagire con gli altri.

Il termine sanscrito originario per “dare” è “dana”. In giapponese, “dana” è tradotto “fuse”, ovvero “con profondo apprezzamento”. Questa parola viene utilizzata quando si dà del denaro chiamato appunto “fuse” o “ofuse”. Tuttavia, dare generosamente in forma di donazioni in denaro inizia con profondo apprezzamento.

Dare è di importanza vitale non solo nella condivisione delle cose materiali come cibo, denaro, oggetti di valore, risorse o moderne tecnologie, ma anche nella condivisione dell’immateriale: lo spirito di generosità. Nell’antica tradizione giapponese, la persona che praticava il dana veniva chiamata “Danna sama”. Per “Danna sama” non si intende una persona pigra che non fa nulla ma impartisce ordini. Piuttosto, il vero e proprio significato di “Danna sama” è colui che condivide e dà generosamente senza alcuna condizione, anche attraverso pensieri, sentimenti, parole o azioni. Senza generosità, dare non è una vera forma di condivisione. Quindi la generosità è come una coperta calda che dà una sensazione di benessere.

Tuttavia, dare con cuore generoso risiede in tutte le azioni altruistiche che le persone dovrebbero compiere nella quotidianità. Buddha non comandava agli uomini di fare o non fare qualcosa. Al contrario, Buddha, invece di comandare gli uomini, raccomandava ai propri discepoli di praticare il bene facendo qualcosa di positivo e significativo, con pensieri affettuosi e sentimenti che avevano origine da un cuore e da una mente altruisti. Ciò che le persone fanno per gli altri dovrebbe essere incondizionato e dovrebbe trarre origine dalla natura di Buddha di ognuno. “Dare” senza pretendere un premio, l’essenza dell’ideale del bodhisattva, mette l’individuo in grado di dare aiuto per eliminare tutte le forme di sofferenza. Il dare in modo compassionevole muove il cuore della persona verso le sofferenze dell’altro.

Dare i propri pensieri affettuosi diventa simile all’amore che una mamma dà al suo bambino, sino al punto di sacrificare se stessa. La volontà di ognuno di dare senza esitazione si accompagna ad una grande compassione e ad un grande amore per salvare tutte le persone con qualsiasi mezzo.

Il vero spirito del dare non è solo diretto verso gli altri, ma anche verso sé stessi. Questa qualità nasce dalla realizzazione perfetta della unicità della vita. Ed è questa qualità che differenza un essere umano da un animale. La vita, senza lo spirito del dare, è del tutto simile ad una macchina senza benzina.

È interessante notare che alle Hawaii, la parola “aloha” è una espressione che include molte cose, da “ciao”, “benvenuto”, ad “arrivederci” e “ti voglio bene”. Ciò che è comune in ogni espressione di “aloha”, è il sentimento interiore di una mente aperta e di un cuore aperto, di dare e ricevere con tutto il cuore, liberi da pregiudizi o condizioni. In modo similare, nello spirito del buddismo, il dare in modo incondizionato deve provenire dalle nostre menti e dal nostro cuore. In qualsiasi giorno, le persone hanno innumerevoli opportunità di mettere ciò in pratica. Una mente aperta ed un cuore aperto devono essere tolleranti, comprensivi, compassionevoli e convinti di voler condividere il dharma. Se le persone condividono con mente e cuore aperti, lo “Spirito dell’Aloha” si potrà manifestare senza dubbio.

Sebbene sia molto difficile risvegliarsi a Buddha dentro di sé, si deve fare ogni sforzo perché ciò avvenga. Mettere in pratica gli insegnamenti del Buddha di amore, pietà e compassione è qualcosa che ognuno può fare. E’ qualcosa non limitato alla comunità del tempio, ma aperto al mondo. La vita di ognuno è preziosa e non deve essere sprecata. Dare, parlare con parole gentili, aiutare gli altri e collaborare, non per guadagno personale, che sia materiale o spirituale, ma solo ed esclusivamente per il bene dell’atto in sé. Piuttosto che un mezzo per un fine, la corretta pratica è, in essenza, un fine in sé. Ciò è la vera pratica del Buddismo e l’ideale del bodhisattva.

Circa sei mesi fa, durante la visita a un ospedale sono stato sconvolto da un inatteso incontro con una malata terminale di cancro alla quale offrivo preghiere e parole d’incoraggiamento. Aveva 70 anni e era abbastanza vigile. Mi ringraziò e mi dette il benvenuto, dicendo che apprezzava molto la mia visita settimanale. Dopo pochi minuti di conversazione abbiamo recitato insieme le Tre Preghiere di Rifugio (Sanki Rai Mon) ed i Dieci Versi Kannon Sutra della Vita Eterna (Enmei Jikku Kannon Gyo) con il suo juzu nelle mani, poste in gassho.

Dopo aver recitato i sutra, chiuse gli occhi e passarono diversi minuti; con un sorriso debole ma felice mi guardò e disse dolcemente, “Grazie di pregare per me. Ora mi sento tranquilla e tutte le mie preoccupazioni sembrano essere scomparse. Mi sento molto meglio e in forze. Mi sento benedetta e non mi sento sola – non ho paura di essere con me stessa anche se so che presto me ne andrò. Ora mi sento insieme al Buddha spiritualmente ed anche la mia famiglia è con me. Sono felice di essere viva oggi e voglio condividere con lei questo prezioso sentimento di gratitudine. Sono così grata per tutte le benedizioni che ho ricevuto nella mia vita, dai miei genitori, i miei nonni, i miei figli, nipoti ed amici. Sono così grata. Non ho alcun rimpianto.”

Con le mani in gassho, abbassò la testa verso di me gentilmente e disse, “Grazie, le sono così arigatai (grata)”. Con gli occhi pieni di lacrime, ci fu qualche minuto di silenzio e continuò con la sua voce flebile, “Reverendo Komagata, le sono molto grata per la sua visita settimanale e le preghiere. Oh, vorrei poter offrirle qualcosa come espressione della mia gratitudine ma mi dispiace, non ho nulla da offrirle. Honto ni gomen nasai. (Mi dispiace tanto). Io non so se sarò ancora viva domani, ma finché oggi lo sono, posso pregare per lei ora? È tutto ciò che posso offrirle.” E con il suo tono di voce tranquillo pregò per la mia buona salute e la mia felicità.

Sconvolto ma composto, le sorrisi e le dissi “Grazie”. Con un mite sorriso dolcissimo replicò sussurrando “Grazie”. Queste furono le ultime parole che mi disse. Il mattino dopo la famiglia mi chiamò per dirmi che era morta serenamente.

La vita è preziosa. Ogni momento della vita è prezioso, indipendentemente dalle condizioni fisiche di ognuno. Questa donna, tuttavia, ha vissuto pienamente anche se sapeva che la sua vita stava arrivando al termine. Il suo altruistico desiderio di condividere con me i suoi genuini pensieri di gratitudine offrendomi parole di preghiera è il più riconoscente. Sono andato lì per incoraggiarla a vivere positivamente questo particolare momento della sua vita; e lei ha dimostrato che, persino nell’estremamente difficile circostanza di affrontare la morte e morire, poteva trovare la felicità di mettere in pratica il dare con cuore e mente altruisti. Questo è stato il più bell’atto di “dare” che io abbia mai ricevuto da qualcuno.

L’essenza fondamentale del dare deve essere praticata nella nostra quotidianità tramite le nostre azioni fisiche, le parole che pronunciamo e i nostri pensieri. Questa è la pratica del voto del bodhisattva di dare e condividere. Non è difficile. Tutto ciò che dobbiamo fare è praticare dando con tutto il cuore in modo ordinario e naturale senza pregiudizio o condizioni.

Wanshi, un maestro cinese

http://www.abzen.eu/it/insegnamento/letture-consigliate/58-wanshi-un-maestro-cinese

Wanshi, un maestro cinese
Estratto dal libro « Le champs de la vacuité » del Maestro Yuno Rech, raccolta d’insegnamenti orali (kusen) dati in sesshin sull’insegnamento del Maestro Wanshi.

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Wanshi è un monaco cinese. Visse nel dodicesimo secolo, un secolo prima di Dogen. Era diventato monaco all’età di undici anni. Aveva praticato col maestro Kumu della scuola Soto.
Questo maestro insisteva sulla pratica di zazen immobile come un albero. E’ su questa pratica che noi continuiamo a concentrarci : bacino inclinato in avanti – ginocchia fermamente radicate nel suolo – colonna vertebrale estesa verso il cielo, senza muovere il corpo indipendentemente dai fenomani che si manifestano ma anche senza muovere lo spirito, senza perseguire nulla. Quando si pratica così, lo spirito ritrova naturalmente il suo carattere vasto, illimitato.
Il Maestro Wanshi si era risvegliato sentendo una frase dell’Avatamsaka sutra : « Gli occhi che i nostri genitori ci hanno dato possono contemplare tremila mondi .»
Tremila o diecimila, è un numero infinito, illimitato. Si tratta degli occhi dell’intuizione, della mente che ingloba tutto. Essi non sono limitati dalle categorie mentali quali vicino o lontano, piccolo o vasto. Sono gli occhi che i nostri genitori ci hanno dato, che a loro volta hanno ricevuto dai propri genitori. Questi occhi non sono il risultato della pratica. Zazen non produce tale intuizione, ma permette di ritrovarla in noi facendo abbandonare tutto ciò che oscura il nostro sguardo, la nostra mente.
A ventitre anni Wanshi incontra il Maestro Tanka Shijun, un altro grande maestro della nostra linea Soto. Questo maestro gli chiese : « Qual’è il tuo vero sé prima del kalpa del vuoto ? » Cioè : Qual’è l’essenza della tua esistenza al d là del tuo ego limitato ?
La domanda evidentemente non è posta solo a Wanshi. Questo è il koan essenziale della nostra pratica
Wanshi rispose : « Una rana in fondo al pozzo inghiotte la luna. A mezzanotte, non prendo la lanterna. »
E Tanka lo colpì dicendogli : « Tu dici che non prendi ? »
E Wanshi si risvegliò.
Tanka chiese: «Perché non dici nulla ? »
Wanshi rispose : « Oggi, ho perso dei soldi e sono stato punito. »
Allora Tanka concluse : « Non ho tempo per colpirti. » Questo significa : non ho più bisogno di colpirti !
In seguito, Wanshi ricevette lo shiho dal Maestro Tanka. Egli si installò nel monastero del Monte Tendo, dove un secolo dopo, il Maestro Dogen incontrò il Maestro Nyojo.
La rana in fondo al pozzo, siete voi, sono io, qui ed ora. Come si può inghiottire la luna ? Logicamente non è possibile ma se si abbandona la mente che crea delle separazioni, che si vede come piccola mentre la luna è grande, che si vede come qui mentre la luna è lassù, chi pensa che la natura di buddha è altra cosa da sé, se si abbandona questo spirito, allora non c’è neppure bisogno di inghiottire la luna, di volerla prendere perché è lei che viene da noi !
Ciascuno deve realizzarlo da solo. Anche se si prende la lanterna di un altro, alla fine ciascuno deve essere capace di chiarire la propria vita, da solo, come Tokusan quando Ryutan gli spense la lanterna.
Anche se l’essenza dello zen è interamente contenuta nella pratica di zazen, l’esempio e l’insegnamento degli antichi maestri ci aiutano a rivelare il vero senso della nostra pratica. E anche se prendiamo in prestito le loro lanterne per un certo tempo, se ci riferiamo all’esperienza che hanno trasmesso, allora non abbiamo più bisogno di prendere nulla. E se anche perdiamo dei soldi, non per questo siamo poveri.

Kusen Kodo Sawaki ” A te che dici di avere conseguito un migliore stato mentale grazie allo zazen speciale “

A te che dici di avere conseguito un migliore stato mentale grazie allo zazen speciale.
Finché dici che lo zazen è una cosa buona, c’è qualcosa che non va per il verso giusto. Il puro zazen non è assolutamente niente di speciale. Non è neanche necessario un sentimento di gratitudine.
Non sarebbe strano se un bebé dicesse alla madre, “Per favore comprendimi per il fatto per il fatto che me faccio sempre la cacca nei pannolini”.
Non sporcare il tuo zazen dicendo che hai fatto progressi, che ti senti meglio, o che sei diventato più sicuro grazie allo zazen.

Diciamo “Le cose vanno bene” solo quando vanno come pensiamo che dovrebbero andare.

Dovremmo semplicemente lasciare l’acqua della nostra natura originale così com’è. Invece la sporchiamo continuamente con le mani per sentire quanto è calda o quanto è fredda. E’ per questo che si intorbida.

Non c’è niente di più sgradevole dello sfregiare lo zazen. ‘Sfregiare’ significa assumere l’espressione di un capo ufficio, di un direttore generale, o di un presidente. Eliminare lo sfregio è quello che s’intende con ‘semplicità’ [shikan].

Esistono bodhisattva ‘senza capacità magiche’. Questi sono dei bodhisattva che hanno completamente dimenticato parole come ‘pratica’ o ‘satori’, bodhisattva senza poteri straordinari, bodhisattva che sono incommensurabili, bodhisattva per i quali non è solo questione di livello o di nome.

o zazen non è come un termometro dove la temperatura sale lentamente, “Ancora un po’…si…eccolo! Ora ho ottenuto il satori!” Lo zazen non diventa mai qualcosa di speciale, per quanto lo si possa praticare. Se diventa qualcosa di speciale, ci deve essere un dado allentato da qualche parte.

C’è qualcuno che riesce anche a fuorviarsi da solo col suo zazen: reputa che la temperatura sul suo termometro dello Zen sia già piuttosto alta. Ma questo non ha niente a che vedere con lo zazen. ‘Semplicemente farlo’ [shikan] è zazen. Lo stesso è vero per il nembutsu. Non dovremmo praticare il nembutsu per conquistare il paradiso. Semplicemente lo dovremmo farlo. Questo significa che facciamo (semplicemente) quello che Buddha fa.

Non si può fare provvista di zazen. Anche Shinran smise di praticare un nembutsu che potesse essere immagazzinato. La pratica che può essere immagazzinata è stata rigettata dalla scuola Shin come “sforzi basati sulla forza personale”.
“Quando ero giovane sono stato talmente onesto che ho deciso, ora che sono vecchio, che di tanto in tanto posso rubare qualcosa agli altri…” Non si può immagazzinare così nemmeno l’onestà.

Se non stiamo attenti, finiremo per credere che il Buddha-dharma è come arrampicarsi su una scala. Ma non è così. Il gradino che sto salendo in questo momento è la pratica che comprende tutte le pratiche, ed è tutte le pratiche che sono contenute proprio in questa pratica.

Lo spirito dello Hinayana prevale dovunque si facciano delle distinzioni tra me e gli altri. Nello Hinayana, la liberazione è solo un prodotto.

Dici che la tua pratica è arrivata a compimento – da un punto di vista religioso non c’è niente di più assurdo.

“Gli alberi di castagne e le preghiere per un al di là migliore spesso finiscono contorti”.
Dal momento che credi di star facendo qualcosa di buono quando invochi il nome di Buddha, sei senza speranza. Proprio come chi pensa di avere conseguito il satori.
E’ questo il motivo per cui nella scuola Shin si dice, “sradica, sradica, sradica anche la mente che sradica!”

Il satori del Buddha-dharma deve riempire tutto il tempo e tutto lo spazio, cielo e terra. Uno o due satori che raccogliamo come mele o pere non valgono una scoreggia.

Se fai qualcosa di buono, resti appiccicato alla consapevolezza di fare qualcosa di buono. Se hai avuto il satori resti appiccicato alla consapevolezza del conseguimento del satori. Allora è meglio tenere le mani lontane dal ‘bene (dalle buone azioni)’ e dal ‘satori’. Devi essere perfettamente aperto e libero. Non riposare sugli allori di nessun genere.

Non ti affrettare ad attaccarti a nessun punto di vista.

Anche se dico tutto questo sulla via del Buddha, la gente comune cercherà lo stesso di usare il Buddha-dharma per cercare di accrescere il proprio valore di esseri umani.

Non c’è bisogno di dire che una pratica sbagliata porta a un satori sbagliato.

Hishiryo [non pensiero] significa smettere di calcolare.

Nel Buddha-dharma, dobbiamo indagare nei particolari cosa significhi essere ‘incontaminato’ [fuzenna]. Non esistono confini precisi tra essere ‘contaminato’ [zenna] e ‘incontaminato’ [fuzenna].

Quando c’è contrapposizione tra ‘purezza’ e ‘sporcizia’, questo porta a un conflitto tra ‘purezza’ e ‘sporcizia’. Dobbiamo andare al di là di ‘purezza’ e ‘sporcizia’.

Lo zazen è bene perché lo zazen è la forma della grande morte.

Kusen Kodo Sawaki “A te che dici che lo zazen non ti ha portato da nessuna parte “

A te che dici che lo zazen non ti ha portato da nessuna parte.

A che serve lo zazen?
A niente! Finché questa pratica che “non serve a niente” non penetra nelle nostre ossa, e non pratichiamo veramente quello che non serve a niente, non servirà a niente.

Praticare con fiducia quello che “non serve a niente” – non vale la pena provare?

Dici che vorresti provare lo zazen per diventare “una persona migliore”. Diventare “una persona migliore” facendo zazen? Che idiozia! Innanzi tutto come può “una persona” mai diventare migliore?

Zazen non è imparare a essere un essere umano. Zazen significa smettere di essere un essere umano.
Dici: “Voglio diventare un essere umano migliore facendo zazen”.
Lo zazen non ti insegna come essere ‘umano’.
Zazen significa smettere di essere un essere umano.

Dicono: “Zen significa vuotare la mente, giusto?”
Non avrai mai la mente vuota finché non muori.

Pensi che le cose debbano andare meglio perché pratichi lo zazen? No! Zazen significa dimenticarsi di “migliore” e “peggiore”.

Non riceverai mance per il fatto di praticare lo zazen. “Il giorno è lungo, come quello di un bimbo,
il monte è quieto, come l’eterno passato”.

Lo zazen è insoddisfacente. Insoddisfacente per chi? Per la persona normale – l’essere umano non si sente mai soddisfatto.

Lo zazen come viene praticato nella nostra scuola non è emozionante. Le persone normali vanno sempre in cerca di emozioni.
Perché il gioco d’azzardo, gli sport o le corse dei cavalli sono così popolari? Perché scoprire di avere “vinto” o “perso” ci elettrizza.

Come può mai arrivare a soddisfare i desideri umani quello che è eterno e senza limiti!?

Come può mai essere compreso nei limiti della nostra mente umana quello che riempie tutto l’universo?

Insoddisfacente: Pratica semplicemente lo zazen.
Insoddisfacente: Manifesta lo zazen proprio con il tuo corpo.
Insoddisfacente: Diventa uno con lo zazen con corpo e mente.

Essere squadrati dallo zazen, essere perseguitati dallo zazen, essere bloccati dallo zazen, essere spinti qui e là dallo zazen, vivere in lacrime – non è questo il modo più felice di vivere che si possa immaginare?

Dici:: “Capisco che siamo dei buddha quando pratichiamo lo zazen. Questo significa che quando non sediamo in zazen siamo gente normale?”
Quando un ladro ruba è un ladro – quando non sta rubando, non è più un ladro?
Ed è la stessa cosa consumare il tuo pasto per andare a rubare, o consumarlo per praticare lo zazen?
Se rubi una volta sei per sempre un ladro. Allo stesso modo, lo zazen che pratichi una volta è lo zazen eterno.

Non c’è niente di più buffo dello zazen. Quando sei tu a essere seduto, non sembra un buono zazen. Ma visto dall’esterno, non ci può essere nulla di più maestoso. Normalmente è il contrario: Qualsiasi cosa facciamo, agli altri non sembra niente di speciale, siamo solo noi a essere convinti che stiamo facendo proprio bene.

Poiché il Buddha-Dharma non può essere conseguito, riempie tutto l’universo. Se la nostra pratica quotidiana, allo stesso modo, è quella del non conseguimento, non ci stancherà mai.

La vera pratica del non conseguimento significa praticare come l’uomo di legno e la donna di pietra.

Lo zazen è trasparente. Non ha sapore. Se diamo un sapore allo zazen, diventa qualcosa di “umano”.

Lo zazen non è di moda. Cose come lo sport, dove ci sono vittoria e sconfitta, sono di moda tra la gente normale.

La ragione per cui lo zazen non diventa popolare è perché è insapore e inafferrabile. I bambini non ci possono trovare alcun interesse.

Il grande cielo trasparente è diverso dai bonsai che sono sulla tua veranda: E’ senza limiti. Ma sembra che gli esseri umani preferiscano occuparsi dei loro bonsai o trastullarsi con altri giocattoli.

La tua consapevolezza è usata per dare sapore: è questo il motivo per cui il Buddha-Dharma trasparente e insapore non ti colpisce.

Qualcuno dice di avere un sacco di pensieri fuorvianti durante lo zazen. Il motivo per cui diventi consapevole dei pensieri fuorvianti è perché le onde si calmano e il sangue smette di andare alla testa.

Qualcuno dice: “Quando faccio zazen, comincio ad avere tutti questi pensieri fuorvianti.”.
No, è solo grazie allo zazen che diventi consapevole di questi pensieri fuorvianti. Se tu con tutti questi pensieri fuorvianti ci giocassi, ne saresti semplicemente inconsapevole.
Quando una zanzara ti pizzica durante lo zazen, pensi: “Merda! Mi ha pizzicato!”
Quando stai ballando, non ti rendi nemmeno conto della pulce che ti succhia le palle.

Un laico ha domandato, “E’ diverso tempo che pratico lo zazen, ma ancora non so che fare di tutti quei pensieri fastidiosi che mi capitano durante lo zazen. Una volta, durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale, stavo seduto in zazen. Quando le bombe mi cadevano intorno, non ho avuto un solo pensiero: Niente mi poteva essere più vicino dello zazen che lo zazen a quell’epoca. Ma dopo, il mio zazen non è più andato bene. Non c’è un modo per tornare allo zazen che feci quella volta”?
Sawaki Roshi ha risposto: “Si, con il Koan-Zen lo puoi fare. Qualcuno ti da un koan, ti urla addosso e ti chiude in un angolo. Non ci sarà più spazio per i tuoi “pensieri fastidiosi”. Però, quando ne sarai uscito, tutto sarà come prima. Avrai solo spinto i tuoi ‘pensieri fastidiosi’ in un angolo per un momento.
D’altra parte, il ‘semplice sedere’ (shikantaza) com’è insegnato da Dogen Zenji mira al tutto: la manifestazione della vera forma del tuo essere. Ti presenti nudo, brutto come sei. Ti rendi conto che i pensieri ti continuano a venire in testa, proprio come le bolle prodotte da un granchio nell’acqua. Effettivamente, non c’è nient’altro come lo zazen che ha il pregio di farci realizzare come siamo pieni di merda: Quando siamo tutti concentrati su qualcosa, non pensiamo a nient’altro. Non ci rendiamo conto della pulce che ci succhia mentre beviamo con una ragazza tra le braccia. Non abbiamo un solo pensiero fastidioso! Eppure quando sediamo in zazen, non riusciamo a non essere infastiditi da quella pulce. Perché allora siamo consapevoli. Smettiamo di essere annebbiati, diventiamo trasparenti e chiari”.

Non è naturale provare ogni genere di fenomeno psicologico finché siamo vivi?

Durante lo zazen, tendiamo ad avere pensieri di ogni genere e ci chiediamo se va bene.
Il fatto che ci chiediamo se va tutto bene dimostra solo che lo zazen è puro e trasparente. Veniamo rimbrottati dalla purezza e trasparenza dello zazen. Quando ce ne andiamo girando nudi e ubriachi, non ci poniamo domande.

Nello zazen, il Buddha e le persona normale sono uno. Per questo, ci renderemo conto di come siamo persone normali e insoddisfacenti agli occhi del Buddha – considerando il fatto che siamo tutti originariamente dei Buddha!

Solo la persona normale si lascia fuorviare dai “pensieri fuorvianti”.

Non frignare! Non sbarrare gli occhi! Siediti!

“Senshi Osho ha praticato per 30 anni con Yakuzan, semplicemente per chiarire questa sola cosa”. (Shobogenzo Sanbyakusoku)
Quale cosa? Il fatto che basta il solo zazen.

Kusen Kodo Sawaki “A te che dici che i monaci fanno un lavoro semplice”

A te che dici che i monaci fanno un lavoro semplice.

Sarebbe buffo se i fantasmi importunassero con le loro apparizioni ogni volta che i monaci abborracciano la celebrazione di un funerale. Ma anche quando i monaci abborracciano un funerale, i fantasmi non fanno nulla. Per questo motivo la vita dei monaci fluttua in un limbo.

In ogni modo cosa fanno i monaci quando celebrano un funerale? Mi rassomigliano a qualcuno che spara a salve, ne fa un film che poi fotografa.

Perfino la radio o la televisione, se non sono connesse correttamente, non trasmettono immagini o suoni. Com’è scorretto, d’altra parte, che i monaci la facciano tanto facile. Non vedo altro che monaci con le vesti in disordine e che non sanno nemmeno sedere in zazen o fare la questua.

I monaci cercano disperatamente di tirare avanti praticando in modo fasullo gli insegnamenti del Buddha. E i laici sperano di ricavare qualcosa quando seguendo queste pratiche fasulle dei monaci. Guadagnarsi la vita con pratiche devozionali imparate a memoria, cosa può avere a che fare con l’insegnamento del Buddha?

Ai monaci piace parlare delle vecchiette cui leggono i sutra: “La nonnina lì viene a cercare conforto da me”. Non parlare così a cuor leggero – gli idioti dovrebbero tenere la bocca chiusa!

I monaci oggi dicono che hanno di meglio da fare che lo zazen. Dicono, Sawaki è superato.

Il Buddismo deve avere adito a qualcosa di cui né il comunismo né la democrazia possono facilmente non tenere conto. E deve essere qualcosa che è in grado di portare dove non possono portare né il comunismo né la democrazia. Se solo i fronzoli di cui i Buddisti lo hanno caricato non portassero così fuori strada.

Ai monaci piace chiedere: “Che ne sarà in futuro del Buddismo?” Ma chi ha detto che il Buddismo è già arrivato alla fine? Chi dice che Shakyamuni e Bodhidharma erano degli idioti? Non si tratta proprio dei monaci che non hanno nessun senso della via e che sono degli idioti? Ma dal momento che non lo posso dire in questi termini, preferisco chiedere di rimando, “Che dire di tua moglie e dei tuoi figli, credono in te o no?”

Un monaco Zen è uno che conduce una vita libera, che fa perno sulla via del Buddha.

Il vero pellegrinaggio [shukke], comporta il riconoscere il vero sé che non si può contaminare. Significa crearti la tua vita in modo tale che riempie tutto l’universo.

Liberarsi di tutti i fronzoli indiani e di tutti i miti cinesi e praticare solo il puro contenuto dell’insegnamento del Buddha – questo è vivere una vita Zen.

Se non facciamo attenzione, degli spettatori si infiltreranno tra le persone religiose. E quando compare uno spettatore, le cose non sono più come dovrebbero essere. Trasformano la religione in un teatro. Ma se diciamo, “Niente più spettatori – a ognuno il suo problema!” allora cadiamo in errore in base al Piccolo Veicolo.

L’ascetismo non è altro che una ricerca di stimoli. I monaci del passato o cercavano questi stimoli o erano semplicemente dei buoni a nulla. Tutto questo non ha niente a che vedere con la religione.

Qualcuno ha detto, “Io resto non sposato!”. La gente si maschera in tanti modi diversi.

Qui non sono graditi giochi di prestigio. Se non stiamo attenti, la religione rischia di diventare uno spettacolo di magia.

“Nessuno può stare nello stesso posto dove stai tu”. Questo significa, niente spettatori! Dovunque appaia uno spettatore, le cose si esauriscono velocemente. Samadhi non è una svendita.

Se i monaci non stanno attenti, cominciano a dare spettacolo. E in questo recitano veramente una commedia! In altri tempi c’erano ancora grandi attori che capivano qualcosa della vera recitazione, ma oggi è difficile trovarli. In ogni modo, anche quando i grandi attori recitano, sono sempre solo attori.

In questi tempi la dignità dei monaci è solo la recita di una dignità.

Quando perdiamo di vista l’incomparabile saggezza, cominciamo a confrontare le nostre capacità con la gente comune. Semplicemente avere fede nell’incomparabile saggezza. Non lasciarti prendere per il naso dalle capacità comuni.

Sai cosa significa non essere niente di speciale nel senso comune del termine, ma devi capire che nel mondo della religione, quelli che sono considerati qualcosa di speciale non sono niente di speciale.

Quali sono le tue vere motivazioni? Prima o poi te lo dovrai chiedere onestamente. Non è che qualche volta ti trasformi inconsapevolmente in un attore interessato solo alla sua esibizione? “Soltanto tu lo puoi capire. Gli altri non possono nemmeno accorgersene”. Quando si tratta di spettatori, non ha niente a che vedere con il Buddha-dharma.

“Ma volevo solo fare qualcosa di buono”. Qualcuno dice questo genere di cose. Hanno qualche idea di cosa significa “qualcosa di buono?” Probabilmente credono, nella loro stupidità di gruppo, che qualcosa è buona quando ti procura elogi dagli altri.

I monaci oggi vogliono fare qualcosa per la società: danno il denaro dei ricchi ai poveri e recitano la parte dei misericordiosi. Questo non ha niente a che fare con il Buddha-dharma. L’insegnamento del Buddha lo puoi praticare solo per conto tuo.

Quando sorgono delle organizzazioni non è più religione ma business.

C’è una cattiva azione che si chiama “fare del bene”. Per qualcuno, fare del bene è solo un ornamento.

Quando qualcosa si riferisce all’insegnamento, e al tempo stesso è anche questione di allargare il business, qualcuno deve avere fatto un po’ di confusione.

Quando una moltitudine di monaci, nei templi principali, legge ad alta voce e velocemente lo Shōdōka,, i pellegrini sono sopraffatti dalla soggezione. Non ho idea di che cosa ci sia che ispiri soggezione, ma in qualche modo sono tutti sopraffatti dalla soggezione. I monaci si riuniscono insieme solo perché vogliono l’ordinazione, e i templi principali fanno affari raggruppando questi monaci. Lo stesso è vero anche nei templi in Cina. E’ così che fanno affari – senza riconoscere gli affari come affari.

L’insegnamento del Buddha in questi tempi è decaduto perché la pratica è decaduta. La gente proprio non riesce a mettersi in testa che la pratica stessa è il risveglio.

Perché il Buddismo giapponese è inutile? Perché in Giappone c’è la maggior quantità di tesori Buddisti, ma non c’è la pratica. E dove non c’è la pratica, non c’è il Buddha-dharma. Anche se lì c’è il seme dell’insegnamento di Buddha, non può cominciare a funzionare finché non è portato a germogliare mediante la pratica.

Dicono che il Buddismo in Tailandia, Ceylon e la Cina si attiene rigorosamente alle regole e ai precetti. Eppure l’insegnamento Buddista lì è vuoto come nel Buddismo giapponese. Solo le consuetudini sono diverse: consuetudini Hinayana.

La dimensione spirituale occulta o implicita della Gestalt PDF

la_dimensione_spirituale_occulta_o_implicita_della_gestalt_italian

di Claudio Naranjo

psichiatra, psicoterapeuta e antropologo cileno.

…C’è chi ha voluto “completare” la Gestalt spiritualizzandola, ma credo che questo atteggiamento si fondi sul non capire che la Gestalt è già sufficientemente spirituale è anche se appare blasfema! Già la prima volta che ho parlato di Gestalt in Europa, all’apertura del secondo Congresso Internazionale in Spagna, mi hanno chiesto questo tema ed io ho iniziato a parlare di quanto è evidente il rapporto tra Gestalt e buddismo. La pratica del “qui e ora” nella Gestalt è come una riscoperta della via del vipassana; c’è un’affinità evidente fra l’invito alla non concettualizzazione nella Gestalt e lo spirito zen.