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Sulla dolcezza, l’ Amore e la solitudine.

…. “Dopo il segreto del Kendo, esaminiamo il Judo. Ju: dolcezza, Do: via. E’ dunque la via della dolcezza (dell’agilità). Il Maestro Kano ne fu il fondatore dopo la rivoluzione Meiji. I samurai imparavano lo Yawara, la tecnica della dolcezza. Mio nonno era un grande maestro di Yawara, e, quando era giovane, l’insegnava ai samurai di Kyushu. In Giappone, i samurai dovevano imparare le Arti della guerra e quelle della vita civile. Essi dovevano studiare il Buddismo, Lao Tsu, Confucio e nel medesimo tempo imparare il Judo, l’equitazione, il tiro con l’arco. Nella mia infanzia, io imparai lo Yawara con mio nonno paterno. Mio nonno materno era medico di medicina orientale. Ho capito allora che le Arti Marziali e lo Zen hanno un solo sapore e che la medicina orientale e lo Zen sono un’unità. Kodo Sawaki tenne delle conferenze sullo Yawara. Il segreto dello Yawara è “Kyu Shin Ryu”, “Dirigere lo spirito”. Come dirigere il nostro spirito? Questo riguarda lo Zen e non la tecnica delle Arti Marziali. Le Arti Marziali più lo Zen. sono il Budo giapponese. Come educare il nostro spirito ed imparare a dirigerlo? Kodo Sawaki parlava di “Kyu Shin Ryu” il segreto del Yawara, trasmesso tradizionalmente da detta scuola in un documento di cui un capitolo tratta dello spirito tranquillo. Ecco questo capitolo: “La vera tecnica del corpo, il waza di questa scuola di Yawara, deve essere la sostanza dello spirito. La sostanza è lo spirito. Non bisogna guardare il corpo dell’avversario, ma bisogna dirigere il nostro spirito.

Non ci sono nemici.                                                                                                          

 Lo spirito è senza forma, ma alcune volte può averne una: ciò è identico nello Zazen!  “

Prendendo spunto da questo breve stralcio  dal libro   ( Lo Zen e le Arti Marziali ) del Maestro Deshimaru, riflettevo sulla dolcezza, sull’ Amore e sulla Solitudine.

Riflessioni leggere come nuvole, colorate come aquiloni felici. Scintille di acqua che cadono  nella terra e feconde  penetrano  l’arido terreno.

Quando ero molto più giovane, ho sempre avuto difficoltà ad esprimere la dolcezza. La sentivo come un elemento di fragilità, una qualità femminile, che male si addiceva ad un ragazzo.  Probabilmente ero terrorizzato dalla solitudine, e l’ Amore era quasi sempre stravolto dal bisogno, piuttosto che dal donare e ricevere in egual misura.

A 55 anni lo zazen, la vita, gli errori, le gioie e le infinite pennellate di dolore, che cospargono la vita di ognuno di noi, ad un tratto, senza quasi esserne consapevole, mi  hanno donato una nuova visione, un nuovo  spunto di crescita e abbandono  di questo piccolo mondo che chiamo io.

Penso che la chiave di lettura per interpretare il tutto, sia riassunto nella frase:

“ Non ci sono nemici “

Nemici reali, aggiungo.

Lo sviluppo della dolcezza avviene lentamente. E’ un processo naturale di crescita, come il seme di un albero, ma necessita di tutte le cure necessarie.

E le cure necessarie sono l ‘ Amore, che però è anche un figlio della dolcezza, e il progressivo abbandono del piccolo io.

La dolcezza nell’accoglienza, nel rendere meno spigolosi i nostri difetti, nell’esprimere le emozioni e i sentimenti, nell’accettazione totale di noi stessi, nel comprendere profondamente che tutto scorre e che solo la morbida carezza di un sentimento nobile è in grado di farci procedere oltre.

L’Amore fondamentalmente è Libertà

Una libertà dai nostri legami interiori, dalla paura, dal giudizio degli altri, e su come dovremmo essere.

Amore principalmente è donare.

Il fusè più nobile di tutti.

Donare la nostra energia e il nostro tempo al Sangha. Ma non solo…

Piccole rinunce già difficili in una vita non monastica come la mia ( sebbene sia un monaco zen da quasi 20 anni ). Rinunce al sonno, al voler seguire i nostri desideri. Offrire e donare crea secondo me, uno spazio interiore così vasto e ampio, che ci permette di  accedere alla solitudine senza il terrore dell’isolamento e dell’ Esser soli.

Mi rendo conto che trascrivere a parole, le intuizioni, i piccoli insight è davvero difficile.

Sono davvero inafferrabili, e forse anche inutili… chissà ?!

Così chiedo lume a chi davvero ci ha regalato,  Dolcezza, Amore e Solitudine, ed è ciò che auguro a tutti indistintamente.

 “ Nel cammino della vita e della morte dobbiamo camminare da soli; è un viaggio durante il quale conoscenza, esperienza e memoria non possono offrire alcun conforto. La mente deve essere ripulita da tutto ciò che ha afferrato nel suo bisogno di trovare certezze; i suoi dèi e le sue virtù devono essere restituiti alle società che li hanno generati. Occorre raggiungere una solitudine completa e incontaminata “.

Jiddu  Krishnamurti

Natura di Buddha

Vorrei esplorare brevemente un concetto espresso da Dogen:
“ Studiare il Buddhismo è studiare se stessi. Studiare se stessi è dimenticare se stessi “ e ripreso dopo 8 secoli da Kodo Sawaki quando diceva che studiare il buddhismo è studiare la perdita. Questa espressione spesso per gli studenti zen risulta di difficile apprendimento, e in questo senso spero che che questa piccola disquisizione possa aiutarci ad elaborarla e comprenderla diversamente, in modo tale che essa ci lasci senza uno stato di fraintendimento e incomprensione profonda.
Come ben sapete la storia dello zen è costellata da citazioni, koan, o parole che a prima vista sembrino avere un non sense.
Tralasciando i vari koan, citerò quelli che a mio avviso ci riguardano direttamente.
Iniziò il Buddha con la trasmissione del Dharma a Mahakasyapa,
«Io possiedo il vero occhio del Dharma, la mente meravigliosa del Nirvāṇa, la vera forma del senza-forma, il sottile cancello del Dharma che non si fonda su parole o lettere, ma che è una trasmissione speciale al di fuori delle scritture. Questo io affido a Mahākāśyapa.[
poi Bodhidharma dove nell’antica Cina si svolse un celebre dialogo tra il primo patriarca del Chan (Zen cinese) Bodhidharma e l’imperatore che era già buddista:
velo cito testualmente.

Imperatore: – Ho fatto costruire monasteri, ordinare monaci, tradurre testi; quali meriti ho
accumulato? –
– Nessun merito –
– Ma allora su cosa si fonda la sacra dottrina? –
– Un vuoto immenso, ed in esso nulla di sacro –
– Ma chi sei tu per parlarmi così? –
– Non lo so –
Poi Dogen quando si rivolse al suo Maestro e gli chiese cosa significasse
corpo e spirito abbandonati shin jin datsu raku.
E il suo Maestro rispose
1) Sanzen – cioè la pratica profonda dello Zen – è corpo e spirito abbandonati. Non avete bisogno di bruciare dell’incenso, di recitare delle preghiere o dei mantra, di infliggervi delle mortificazioni o di recitare dei sutra. Si tratta solo di sedersi con uno spirito unificato, shikantaza ». E siccome Dogen insisteva nella domanda : « Ma che cos’è corpo e mente abbandonati ? » Nyojo rispose : « Zazen Cit. Roland Yuno Rech

E finalmente arriviamo alla citazione più recente, di Kodo Sawaki
quando diceva, che studiare il buddhismo è studiare la perdita, cioè nel senso più letterale del termine il percorso spirituale è un processo di perdita e non di guadagno. Che è l’equivalente dello spogliarsi di ogni abito per rimanere esattamente con quello che c’è.
Ora che cosa significa veramente processo di perdita ?
Se ci avviciniamo a questa frase, molto spesso rimaniamo disorientati, solo per il fatto che nella nostra ricerca siamo orientati ad un raggiungimento di qualcosa.
Meriti, felicità, riconoscimento, ambizione e orgoglio spirituale, tanto per citarne qualcuno….ma mai perdita.
La parola perdita in effetti ci lascia con una domanda di fondo.
Perdita di che cosa ?
Non è così ?
Oppure se perdo questo chiamiamolo fattore x, cosa rimane di me, cosa sono ?
E’ un circolo vizioso che si basa sulla paura, ci porta fino ad un certo punto…e poi sulla soglia della porta ritorniamo indietro e così via.
Vi invito a riflettere su questo punto.
Allora vorrei precisare alcune questioni.
Perdita non significa diventare degli psicotici
Perdita non significa ad un certo punto della vita, non riconoscersi come una identità costituita da un io e tutto il resto.
Perdita non significa smarrimento, confusione, paura, disorientamento.
Vorrei essere chiaro su questi punti, perché sono fondamentali nel nostro cammino.
E questo a mio avviso ( parlo per esperienza personale ) è una delle questioni più delicate che riguardano qualsiasi percorso spirituale, soprattutto nel buddhismo dove si parla di vacuità, non io e interdipendenza.
Dunque perdita di che cosa ?
Mi pare chiaro che nessun modo possiamo perdere la nostra individualità,e tutte le nostre emozioni, ecc ecc, il nostro io, possiamo invece imparare ad abbandonarlo.
Vi faccio un esempio tratto da Paolo Menghi, famoso neuropsichiatra e maestro, morto un po’ di anni fa.
Spesso raccontava un episodio dove menzionava una persona afflitta da un senso di rabbia e senso di colpa, che era andata in cura per liberarsi dai suoi tormenti interiori.
Dopo anni di psicoanalisi, finalmente guarito, si rivolse al Menghi dicendogli.
Ma ora che non sono più arrabbiato e non ho sensi di colpa…chi sono io ?
Capite ?
Era talmente identificato con queste emozioni, che la sua struttura psichica era per cosi dire deformata.
E a noi non succede forse la stessa cosa ?
Vi ho menzionato questo episodio perché lo trovo calzante e valido per tutti.
Ora non potendo stare in zazen 24 ore su 24 come possiamo apprendere questo processo di perdita e cosa significa perdita nella nostra vita quotidiana ?
Perdita è abbandonare le coercizioni mentali, i blocchi emotivi, è non lasciarsi guidare dalla nostra visione ristretta della vita, è smettere di essere egocentrici, smettere di pensare che se facciamo una cosa, o un percorso, lo facciamo perché dietro ad esso c’è una qualsiasi forma di ricompensa, è cominciare a percepirsi si come una persona…ma una persona che è vuota di se, ma piena dell’ Universo intero.
In definitiva è un sottile e profondo apprendimento sulla morte e sulla vita.
Noi moriamo e rinasciamo ad ogni momento.
Lo dice la scienza, mentre il Buddha…diceva che moriamo e rinasciamo ad ogni respiro.
Allora facciamo in modo che ogni rinascita sia per noi un momento di esaltante gioia, e profonda pace interiore.
Lasciamo che ogni perdita sia un bonno, una illusione trasformata….e finalmente concediamoci la possibilità di realizzare ad ogni passo, ad ogni gesto e ad ogni respiro la meravigliosa essenza della vita, cioè la costante trasformazione dei fenomeni che altro non è
La Natura di Buddha.

Zazen e l’ abito comodo

Buddha successivamente alla sua illuminazione, non ha fatto altro che insegnare solo una cosa.
Come risolvere il problema della sofferenza.
Lo ha fatto insegnando a tutti i livelli, partendo dalle quattro nobili verità, e via via nel corso degli anni, a seconda dei discepoli e gli uditori dei suoi sermoni, percependo la capacità di comprensione di chi lo ascoltava ha introdotto temi e argomenti sempre più sottili e profondi.
Non ci ha nascosto nulla, semplicemente ci ha detto: ” Provate da voi stessi ”
Il suo ” Dharma ” ( riprendendo e riscoprendo da lui stesso un percorso già attivo nella civiltà pre-ariana ) è stato e lo è tutt’ora un mix di componenti che non solo presupponevano la meditazione seduta come architrave del tutto, ma insieme ad essa, aggiungeva (Sila) la moralità, l’etica (i precetti) il pentimento dei propri errori e fondamentalmente con l’ottuplice sentiero ci ha fornito la Via da seguire per emanciparci da Dukkha.
Dopo questo piccolo ma necessario cappello,la domanda è:
“Che cosa siamo veramente disposti a fare per risolvere la nostra sofferenza ?
Mi sembra evidente che zazen se inteso come una tecnica o come corroborante per un sollievo psichico di se e per se non è sufficiente. Scrivo zazen ma potrei scrivere altre forme di ricerca. Se fosse così tutti quelli che percorrono una ricerca sarebbero persone stranamente serene e felici, ma di fatto a parte pochi casi, riscontro una specie di assuefazione alla pratica e pochi passi verso l’emancipazione.
Di solito quando iniziamo la pratica, subitamente ne avvertiamo tutti i disagi sia fisici che psicologici.
In questo senso abbiamo e forniamo strumenti di resistenza, che molto spesso ci portano ad un abbandono della pratica, ma se rimaniamo e non siamo attenti, quegli stessi strumenti che prima si opponevano al disagio, si adattano al disagio stesso e alla fine sono il nostro comodo abito di ricercatori spirituali.
Zazen non è una tecnica, non è un passatempo, non è un hobby, non è un gioco e ne tanto meno è comodo. Se ad un certo punto dopo tanti anni di pratica non cominciamo a percepire in noi stessi, la compassione, la gioia, il sorriso, la libertà interiore, dovremmo cominciare a chiederci cosa non va nella nostra ricerca.
Io penso e credo fermamente che spiritualità, significhi affrancarsi nuovamente con il senso del (divino) e depositare in noi stessi una leggerezza e un senso di gioia e gratitudine che pur riconoscendo la difficoltà del vivere riesce in qualche modo a non essere avviluppata dal dolore che nella vita è presente.
Zazen è la possibilità che offriamo o ci viene offerta di entrare in contatto con la profondità della nostra psiche.
Non mi stancherò mai di scriverlo o dirlo, che se davvero vogliamo risolvere il problema della sofferenza, dobbiamo essere disposti a tutto. E per tutto intendo prendere contatto con la nostra finitudine, l’impermanenza, riconoscere con umiltà la nostra imperfezione, pentirci della sofferenza che abbiamo causato a noi stessi e agli altri con la nostra condotta morale, e non con un atto volitivo ma con il cuore. Dobbiamo essere consapevoli dei nostri drammi interiori e risolverli, significa scendere nel buio, capacitarci della nostra fragilità e l’orgoglio che la maschera, significa saper piangere, saper amarsi nonostante tutto, e in ultima analisi, accettarci per quello che siamo, per quello che abbiamo ricevuto, e fondamentalmente morire a noi stessi.
Diversamente saremmo e siamo una nuova maschera, indossata ad uso e consumo di un (ego) che ci ha fregato di nuovo.
Andremmo e andiamo in giro pavoni della nostra posizione all’interno di questa o quella dottrina, tronfi di carriera, o semplicemente vanesi di fare o essere praticanti zen.
Diversamente staremmo e stiamo perdendo il nostro tempo e come dice la Maestra Shundo Aoyama ci riempiremmo e ci riempiamo la bocca di parole, lontani dalla Verità e orgogliosi di noi stessi, e ahimè cosa ancora più grave,come dice il proverbio:

Non è l’abito (comodo) che fa il monaco….
Ma la purezza del cuore.

Massimo sodo Chinzari

Buddha e non buddhismo

Il primo settembre del 2000, dopo anni di ricerca nei vari percorsi spirituali e due anni di psicoterapia, sedendomi su uno zafu nero, decisi che lo Zen era la mia strada.
Dopo circa due anni a 38 anni, in un  mondo (domanda e risposta con il maestro in pubblico ) appena ordinato monaco, chiesi al mio maestro cosa significasse essere monaco, e lui per tutta risposta mi disse che la mia domanda era una domanda aperta, e che seppur riferendomi ai voti espressi, alla devozione e all’impegno nella Via, in realtà la stessa domanda avrebbe trovato le sue risposte solo nello scorrere del tempo, e mai e poi mai sarebbe stata una risposta esaustiva.
Così eccomi qui sedici anni dopo, ad un passo del 54° compleanno, a condividere con chi leggerà, a farmi la stessa domanda.
Cosa significa essere monaco ?
Mi accorgo che l’uomo ha preso il posto di quella forma di acerbità presente allora, la pelle, il volto, il tono muscolare sono cambiati e con essi sono mutate le condizioni. L’esuberanza, l’entusiasmo, la romantica accezione della vita, e molto probabilmente una differente visione del buddhismo inteso come ismo e dogma, ma e lo spero vivamente ho di nuovo incontrato il Buddha per strada e l’ho ucciso.
Se preferite ho incontrato Cristo e ho ucciso anche lui.
Ecco ora penserete che sono un assassino, come darvi torto ?! La mia strada, la mia Via si è costellata di morte e rinascite. Sono sempre arrivato ad un punto, ma nemmeno il tempo di sostare, che già l’impulso del ricercatore era li a spingermi oltre… a fare un nuovo passo nell’ignoto.
Un amico poco fa mi ha detto che nessuno gli ha mai indicato la Verità e questo lo ha fatto soffrire molto.
Ma io penso che nessuno può dirci la Verità. Piuttosto essa è ignota nel futuro, e ha le orme dei nostri passi nel passato, nel presente possiamo solo stare con quello che c’è e imparare ad essere non solo consapevoli, ma soprattutto compassionevoli verso noi stessi.
Già la compassione è una peculiarità che ci manca. Penso che siamo talmente pieni di ego da dimenticare quella specialità di volerci bene, di amarci fondamentalmente così  come siamo, passando inevitabilmente nell’accettazione totale di noi stessi.
Mi accorgo di essere andato fuori tema, una digressione narrativa e autobiografica uscita senza rendermene conto, e quindi torno alla domanda iniziale cosa significa essere monaco ?
Cerco di aiutarmi con il vocabolario
monaco
monaco/
sostantivo maschile
1. 1.
Religioso che, isolato o nell’ambito di una comunità, si dedica alla pratica della devozione.

Origine
Dal lat. tardo monachus, dal gr. mònakhos, der. di mònos = solo.  Sec. XIII.

Facile no ?!
Si è facile se non fosse che in mezzo a questa spiegazione c’è la vita. La vita fatta di carne ossa e midollo, di illusioni e santità, di lutti e dolori, di risate che forgiano l’anima e di fondo le quattro nobili verità a monito che tutto scorre, che la vita è sofferenza, che c’è una possibilità per “guarire” e che esiste un Sentiero per uscire fuori da questa condizione che si chiama “dukkha”!

Perchè nel Buddha si infila il buddhismo ?
Chi ce lo ha messo ?
E’ una necessità umana questa o il tentativo di afferrare la verità di un singolo uomo e renderla manipolabile a proprio favore..?
Penso che siano vere entrambe, ma nell’ismo non c’è niente. E non il niente del tutto è vuoto e vacuità intendo dire il niente vero e proprio.
Lo so sto girando intorno al discorso di cosa significa essere monaco.
Ecco finalmente mi arriva una specie di risposta che pur sapendo e riconoscendola come non definitiva mi solleva dall’incarico di aver avuto la presunzione di spiegarla a chi ora sta leggendo queste quattro parole di un monaco zen a Roma.
E’ aprirsi totalmente alla propria sofferenza, al senso di disagio e di inadeguatezza, alla fugacità della vita e l’ineluttabilità della morte, è morire a se stessi e trascinare con la nostra morte l’idea di Buddha e di Cristo, è creare uno spazio interiore all’interno del quale possiamo rimanere con l’attrito della sofferenza psichica e percepire con la nostra sensibilità il dolore degli esseri senzienti, uno ad uno fino a rimanere con gli occhi arrossati di lacrime e un senso di impotenza ( conditio sine qua non ) per essere veri.
Vero e non monaco.
Il monaco è una dipanazione della verità nel momento in cui si esprime attraverso lo zazen, la preghiera e la presa di coscienza di quanto descritto poc’anzi.
Ma avrei potuto scrivere invece che monaco, poeta, artista, contadino, operaio, casalinga, avvocato, la differenza la fa l’abito ma non il cuore.
La differenza la fa il Buddha e non il buddhismo.
Nel primo cerco la sacrosanta verità dentro di me che tutto è natura di Buddha ( la costante trasformazione dei fenomeni o mujo se preferite ), nell’altro mi allontano perché seguo la dottrina, la fissazione, il dogma, l’ambizione al potere e a tutti quei atteggiamenti che sono di carattere collettivo e quindi vincolati dalle dinamiche spurie della ricerca spirituale.
Monaco è essere soli. E non disperarsi pensando che sia isolamento, ma solitudine condivisa.
E’ non affidare a nessuno la propria responsabilità. E non delegarla
E’ sperimentare attraverso le procedure empiriche che il Buddha ci ha invitato a verificare di persona, i pensieri, le parole, i fatti e le impronte del passato verso il futuro.
E’ rifarmi la stessa domanda fra uno, dieci , e speriamo vent’ anni.
E’ non aver conseguito nulla, meno che mai l’illuminazione e né tanto meno la Verità
E’ dover uccidere di nuovo Buddha e Cristo perchè di nuovo in me ci saranno appigli e incertezze, e mi sarò attaccato nuovamente al Buddha e al Cristo
E per concludere ma queste non sono le mie parole

<< Quindi, o Ananda, siate lampade per voi stessi. Siate voi il vostro rifugio. Dirigetevi in voi stessi invece che a rifugi esternià (Sutra del Nirvana)

 

Buddhist Criminologist Michael Salter talks to Liona’s Roara’s Haleigh Atwood about addressing and preventing sexual abuse in Buddhist communities.

An expert on faith-based abuse talks about how Buddhists can address sexual misconduct
BY HALEIGH ATWOOD| FEBRUARY 27, 2018

Buddhist Criminologist Michael Salter talks to Lion’s Roar’s Haleigh Atwood about addressing and preventing sexual abuse in Buddhist communities.
Michael Salter.
Criminologist Michael Salter.

Michael Salter is a criminologist specializing in gendered violence, child abuse, and mental health. He is also a lecturer in criminology and member of the Centre for Health Research at the University of Western Sydney in Australia. Ten years ago, he started researching the benefits of meditation for child abuse survivors, and, in doing so, found a personal connection to Buddhism. He says that Buddhism has provided him with the compassion and stability he needs to do his work as a criminologist.

His book, Organized Sexual Abuse, is a comprehensive analysis of sexual abuse by organized groups. It examines the role religion and ritual can play in these cases.

Recently, Salter worked on a royal commission in Australia about institutional responses to child sexual abuse. The 217-page report is based on more than 8,000 personal stories and 1,000 written accounts from survivors. It includes a list of actions religious institutions can take to reduce the risk of abuse in their communities.

Salter spoke with me about abuse in Buddhism, preventative measures, the complexities of trauma, and what resources are available for survivors and their communities.

Lion’s Roar: Has Buddhism helped you manage the emotional impacts of your research?

Michael Salter: I think it’s one of the main reasons I’m still able to do the work. A lot of my research is with survivors of pedophiles, so we see people who have been severely abused and exploited – typically by those who have been close to them.

We also see a lot of betrayal and failure of the systems around them that should have protected them. Often that failure is ongoing – they’re not receiving adequate mental health care.

All forms of authority can be misused in sexual misconduct. I don’t think there is any religious doctrine that is exempt from that.
Meditation practice can provide you with stability and flexibility. And I think the broader Buddhist view allows us to make sense out of what we see without being overwhelmed.

On your blog, you mention the role that compassion plays. You’re able to feel compassion and empathy for someone, even if you’re not able to do anything for them.

It’s very powerful. Compassion is a mental action, so it is something that you’re doing. It’s not a passive factor in a relationship. We don’t want to overstate what we can offer people in the present, because sometimes it’s quite limiting when people are really suffering. At the same time, I wouldn’t underestimate the power of compassion. I think it’s often what people are waiting for. It’s what they need. Sometimes feeling like there’s someone who cares and understands can be life-changing.

One of the things about compassion is: we’re not promising more than we can offer. An honest, authentic practice of compassion is accepting your limited role. The boundaries are clear. As a listener, you’re not overwhelmed by their story. You’re present, you’re sympathetic, but you’re not injured by what they’re telling you. That’s a real burden for traumatized people: the idea that their story hurts other people. They don’t want to talk because they don’t want to feel like they’re harming others.

Have you come across contemporary reports of abuse in Buddhist communities?

There are multiple reports around the world of transgressions by spiritual teachers in Buddhist communities, and this can take a range of forms.

There are different forms of power that can be manipulated in a religious context. We’ve seen examples of sexual misconduct in Buddhist communities that arise from a very traditional authority base. The argument of the teacher is that they are the holder of the lineage and they are bestowing this wisdom upon their students. If their students are authentic, they will not question those teachings and they will obey the lama. We can see very orthodox forms of religious authority being misused in that way.

If your community has problems, that isn’t the end of your practice or your faith.
We can also see communities where there is no central tradition. They are heterodox, so there is a lot of mixing of traditions. That could also be an issue because there is no central text or authority providing moral boundaries for the community.

I think all forms of authority can be misused in sexual misconduct, and I don’t think there is any religious doctrine that is exempt from that. In terms of a healthy religious community, the question is about an open discussion around boundaries, power, sexuality, and the critical position of the students. Are students in a position to openly question authority without being sanctioned by teachers or the community? It doesn’t matter how traditional – communities should always have a space where students feel comfortable putting their hands up in public and saying, “I don’t understand. I don’t agree with this. I need more explanation.”

Does that relate to preventative measures that communities can implement proactively?

Absolutely. I would really like to see Buddhist communities with more explicit policies and procedures around what constitutes sexual misconduct.

Sexual misconduct is defined more broadly in a Buddhist context than it is in the criminal code. For example, the criminal code is focused on consent and the age of consent, whereas Buddhist understandings of sexual misconduct are much more attuned to power relations, particularly the power relation between teachers and students.

Yet, we also see doctrines where there appears to be blurring of those boundaries, particularly in relation to Tantric practice. One of the reasons why those teachings were kept secret for a long time is because they are so easily misunderstood. Without explicit instruction, guidance, and boundaries around those teachings, they can be – and they have been – misused in a very opportunistic way. I think they can be very confusing for students, so that’s where we need clear articulation of what these teachings mean and how students should relate to their teachers.

How is the Buddhist definition of sexual misconduct broader than the legal definition?

The Buddhist understanding of sexual misconduct is quite attuned to power relations. It’s very clear about the relationship between the ordained and the lay.

Ordained people often find that the robes act as a blank screen that people project a lot onto. There’s a lot of attachment, longing, and desire that nuns and monks can face from students. They need to be cognizant of that and aware of those dynamics, because that can be quite intoxicating for ordained people.

Buddhist communities in the West are fairly adult-focused. That’s partly the reason we haven’t seen a lot of child sexual abuse cases in Western Buddhism. But when we look at reports of abuse in monasteries, there’s no question that very young monks have been subject to sexual abuse by older monks. Those reports have often occurred in countries that have no child protection system or no mass media. As Buddhist communities in the West grow, the other area we need to be conscious of is the potential for child abuse.

We must avoid this naive we’ve seen in mainstream Western faiths that assumes if someone is ordained then they wouldn’t hurt anyone. I would love to believe that in the Buddhist context, but it’s not the case.

We don’t seem to hear as much talk about child sexual abuse in Buddhist communities as in other faith communities. Why do you think that is?

I think one of the reasons why faith-based abuse has been so prominent in the West is because, over the last hundred years, the Christian church had a major role in running child-focused institutions.

Buddhist communities have been much smaller and much more scattered. When we see abuse it’s going to be less systematic than the abuse that we’ve seen in other faiths. It’s not because we’re immune to this. It’s because we’ve never had that network of child-focused institutions.

Communities should always have a space where students feel comfortable putting their hands up in public and saying, “I don’t understand. I don’t agree with this. I need more explanation.”
I want to see Buddhism get ahead of this issue now and learn from the mistakes of the past, rather than wait for these scandals to emerge. We know how to prevent child abuse in faith communities. All Buddhist communities should be aware of the risk, and leaders need to be aware of their responsibilities and best practices for preventing this. We need open discussion around sexual misconduct in the Buddhist context.

What are some of the challenges around talking about sexual abuse in Buddhist communities?

I think it can be a challenging conversation in Buddhism because we have a different understanding of cause and effect. Doctrines of karma can play into this in an unfortunate way if somebody’s abuse is framed as: “you must have hurt someone in the past, which is why you’re being hurt now.”

Questions of responsibility and blame around sexual misconduct need to be unpacked. We must make sure that we are aligned with the person who has been transgressed against. They should understand that we are supportive of them while still holding true to the Buddhist view of cause and effect, and the role of actions in creating potentiality.

Allegations of sexual misconduct are very polarizing for communities. It’s hard for people to accept that their spiritual leader could do such a thing. As communities are hurting, how can they still show support for the victims who come forward?

If Buddhism is going to flourish and grow, communities need formal decision-making structures, and they need to be democratic. I think this is a prerequisite in a modern environment. We need input not only from ordained people but also from laypeople. This helps ensure that when somebody comes forward with a complaint, there is someone with the authority to start a conversation or an investigation.

There are very firm rules around sexual misconduct by the ordained. If there has been sexual misconduct by people who wear robes, then that needs to be handled according to the Vinaya – the framework that governs ordained conduct. How those rules are implemented will depend on the tradition, but certainly in my tradition the ordained would be disrobed.

Most Buddhist communities in the West will also be bound by mandatory reporting laws. A criminal allegation needs to go to police, particularly around child abuse. As far as adult sexual assault is concerned, the victim’s discretion is important. The victim may not want to go to police. But if they do, they should be supported by their community.

How do these incidents change a community, and how can a community start on the journey toward healing?

It’s particularly devastating when there’s been misconduct or abuse by a spiritual teacher. For example, in Mahayana Buddhism there are explicit instructions around seeing the teacher as a fount of knowledge and wisdom. You relate to them as though they are already enlightened. To be confronted with clear evidence that that person is acting on delusion and has harmed other people would be very difficult. I’ve never seen much guidance on how a community recovers and understands itself after being betrayed by somebody who has posed as a guru or a teacher.

Even though that community can no longer function because they’ve lost their teacher and there has been betrayal, that community is still part of a broader Buddhist tradition. You’re a member of a community that is part of a larger, supportive tradition. This means if your community has problems, that isn’t the end of your practice or your faith. It’s not your last opportunity to receive these teachings. There will be other communities you can join.

I think it can be really healthy to experience different teachers. Every teacher is different and the way they organize communities around themselves is different. Being exposed to different ways of relating to teachers is healthy and can assist people in asking questions about their community and their leadership.

What resources are lacking for survivors of sexual misconduct by Buddhist teachers?

There is a lot that needs unpacking around Buddhist philosophy and its relationship to sexual misconduct in a contemporary age. How do we understand responsibility? How do we understand blame? How do we understand guilt in relation to sexual misconduct?

We need guidance, because there are multiple examples of sexual misconduct throughout the West over the last forty years. Westerners are often not in a position to challenge incorrect teachings because they’re meeting Buddhism for the first time. They just don’t have the background knowledge to ask those questions.

We’ve just seen quite a famous, senior lama exposed for physically assaulting his students. It just absolutely tore his followers apart. When I read his history, I saw red flags around his behavior, but that’s partly because I’ve had ten years of in-depth study on what one should expect from a teacher. But if I’d met him ten years ago, I could be the one feeling betrayed, lost, and calling my faith into question.

We need to ask how we can create structures and principles that support Westerners as they enter into Buddhism in a way that ensures they clearly understand the ethical obligations of their teachers.

We’re asked to invest a tremendous amount of faith in our teachers once we’ve decided who our spiritual guide is going to be. I think that decision can easily be made prematurely.

https://www.lionsroar.com/

 

La Via dello Zen

La Via dello Zen, non è né facile né difficile, ma ha un sapore particolare.
Che nasce dalla consapevolezza di procedere in un percorso di abbandono dei meccanismi egoici, pur rimanendo nella centratura di un Io equilibrato e allo stesso tempo, morbido e fluido.

La Via dello Zen, è la Via del Risveglio, ma non come pensiamo illusoriamente ed impropriamente ad uno stato personale estatico, scevro dal o dai… piuttosto ad un Risveglio che ci restituisce il senso di non separazione al Tutto.

E in questo Risveglio procediamo soli e in solitudine.

Soli e spesso con un senza di separazione dal tutto.

Un vero nonsense !

E’ immergersi profondamente nella nostra intimità, riconoscersi nel buio, nella paura, nella rabbia, nell’angoscia, negli aspetti di noi stessi negati, rimanendo in contatto pieno con tutto ciò.
Penso che se non parlassimo di questo, non daremmo alla pratica dello zazen, la possibilità di emanciparci.

Evitare il dolore e la ferita che neghiamo alla accettazione completa di noi stessi, come esseri umani, finiti e a confronto continuo con l’ineluttabilità della morte, significherebbe
togliere dignità alla Via dello Zen.

Se tutto ciò sembra ostico, e duro, non posso negarlo.

In fondo cerchiamo qualcosa per noi stessi. Un qualcosa che ci liberi dalla sofferenza, da quel senso continuo di insoddisfazione, e poi prima di qualsiasi stato liberatorio, ci ritroviamo con le lacrime negli occhi, e un senso di insopportabile inutilità.

Ma tanto più decongestioniamo le nostre attività nocive, tanto più ci avviciniamo a quello spazio vuoto interiore, dove è possibile rimanere vigili, equidistanti, consapevoli e finalmente sereni.

E’ in questo spazio, che nasce il senso di un Risveglio diverso.

Non più legato alla necessità di ( stare meglio ), ma piuttosto alla condizione di stare/essere e condividere la vita con tutti gli esseri senzienti, senza nessuna separazione.

Fra qualche giorno, come di consueto, ci sarà la Rohatsu, cioè la notte di veglia. Notte in cui si medita dalla sera del 7 dicembre, fino alla mattina del 8 per ricordare il Risveglio del Buddha.

In quella notte l’uomo che iniziò la sua ricerca per affrancarsi dalla propria sofferenza, realizzò la fine di essa, con la profonda consapevolezza di non essere separato dall’ Intero Universo.

In fondo l’illuminazione del Buddha, è molto semplice. Così semplice che ci fa dire: ” E’ tutto qui ” ?
A quanto pare sembra proprio così. E’ tutto qui.

Questo è il sapore dello Zen.

L’ Io e l’inconscio ( e la Solitudine dell’ Uomo )

Scrive Jung

La Via della funzione trascendentale è un destino individuale. Neppure bisogna credere che una simile Via sia identica a un’anacoresi psichica, a un’evasione dalla vita e dal mondo.

L’Io e l’inconscio 1928

Si tratta, cioè di accettare tutto quanto si dà nella psiche e nel mondo come espressione di una vita che necessita dalla coscienza per essere completa. D’altra parte il testo stesso avverte che non si tratta di una Via per lo scansafatiche, e che la conoscenza portata dal processo rimane inaccessibile a chi imbocca la strada che lo riconduce alla Chiesa e, parimenti, a chi ripone le proprie speranze nel mondo della scienza. L’abbandonarsi ad un destino unico, che va accettato in un modo unico, e espresso magnificamente nel LIBER NOVUS ( Libro Rosso )

Bernardo Nante ( Guida alla lettura del libro rosso di C G Jung

L’ astro della tua nascita è una stella errante mutevole. Son questi, o figlio dell’avvenire i miracoli che testimonieranno che sei una vero Dio

Jung

Avvicinandomi per interesse personale e non solo, al pensiero di Jung, scopro sempre di più e con maggior interesse le similitudini nelle parole del grande psicoanalista e il percorso del pellegrino spirituale nella Via.
A tratti i contenuti di Jung sembrano ostici, il suo vocabolario è intriso di citazioni in latino, in greco, di espressioni che spesso mi rimandano al vocabolario, ma il succo del suo testamento mi sembra chiaro e luminoso.
In fondo, anche lo Zen che fa del paradosso una chiave di volta, non è semplice alla ragione, ma si sposta nei meandri psichici dell’individuo, alla ricerca di quello spazio intuitivo che ci permette di accedere ad una Verità – altra – ma personale e comune all’ Ordine Cosmico.

Quello che mi colpisce è la necessità, come cita Gesù nella cruna dell’ago, di immergersi nel profondo delle acque tenebrose che dopo averci rimandato la nostra immagine ( Narciso ) ci ripugnano proprio perchè oscure, come oscura A? la nostra anima luminosa, fintanto che ad essa non accediamo coraggiosi e un pA? folli ricercatori della luce.

Eppure nonostante le miliardi di parole, i grandi Maestri, e il silenzio assordante del naufragio dell’uomo nel corso dei secoli, siamo ancora qui, ad appellarci alla Chiesa, all’istituzione, raccontandoci a noi stessi della loro funzione ( disfunzionale ) necessaria, mentre invece tutto ciè che è davvero ( altro ) da noi stessi, non è altro che una distanza, voluta e costruita per rimanere distanti dal nostro processo di crescita.
E’ un meccanismo demoniaco, luciferino se vogliamo, e altre volte invece è totalmente all’insaputa di chi ergendosi a mentore o altro, ne è vittima, perchè di questo processo affacciato sulla superficie dell’ acqua, non ha saputo mantenere la stabilità psichica e finto vincitore si è emancipato nell’ Io e non nella esplorazione dell’ Inconscio.

Zazen che di per se è la visone del mondo ( il nostro mondo ) attraverso il silenzio e l’immobilità della postura, probabilmente non serve a nulla, come diceva Kodo Sawaki Roshi, se di questa visione non rimane altro che una immagine in cui specchiarsi.
Quella stessa immagine imprendibile e vuota che si sfrange nei flutti dell’ acqua, e che si beffa di noi all’infinito.
Serve coraggio, il coraggio di chi non ha nulla da perdere, perchA? di fronte ad esso, c’è solo una possibilità e una scelta.
Il destino comune ed ineluttabile e beffardo della signora con la falce.

 

L’ ozio e il rientro

E cosi le vacanze sono finite.
Chissà perché?ma per me l’anno inizia a settembre e non a gennaio.
Settembre è tempo di progetti, di proposte, di rinnovamento.
Di solito mi propongo degli obiettivi.
Dieta, un corso da seguire, una vita più sana.
Orari stabiliti e meno convulsi, sport.
Poi inevitabilmente (nonostante le buone intenzioni) piano piano, la vita caotica e ordinaria riprende il suo controllo,e molto spesso, mi ritrovo al punto di partenza, con il disagio di non aver mantenuto gli impegni presi, lo stress che avanza e la vita che mi scorre sotto i piedi, inesorabile e implacabile.
Chi si avvicina allo zen, alla meditazione zen, spesso si avvicina con gli stessi intenti.
L’entusiasmo, il bisogno di risolvere gli attriti interiori, la sofferenza, o più semplicemente un accostarsi ad un percorso spirituale, come cammino di crescita interiore.
I primi mesi sono esplorativi, a volte ricchi di entusiasmo, altre volte inquieti, ma molto spesso, quella persona a cui ci siamo affezionati, come fratello o sorella spirituale, sparisce.
I motivi di questa sparizione, dopo 20 anni di meditazione, posso comprenderli.
Si inizia con un piccolo dubbio, poi la svogliatezza, la pigrizia, le bugie dell’ego, e alla fine non si viene più.
Ci sta. E’ umano. E ci sta pure che lo zen, lo zazen non sia per tutti.
Questa estate ho imparato una cosa.
Ed è una cosa, che ho sempre considerato quasi un tabù?, se non un peccato mortale.
Ho imparato l’arte dell’Ozio.
Come essere umano, ne avevo bisogno.
Un bisogno scevro dai condizionamenti, libero dai ruoli imposti dalla vita.
Monaco, compagno, padre, lavoratore.
A volte è necessario saper oziare. E qui non mi riferisco all’ozio pigro e sgradevole del lasciarsi andare al vizio, ma a quello salutare e risanatorio dell’ otium Romano.

LE VIRTU’ DELL’OZIO ROMANO
“L’otium dei Romani costituisce una dimensione del vivere tutt’altro che banale. Esso non va confuso, infatti, con la inertia, ossia (propriamente) l’assenza di ogni ars, la mancanza di abilità o ingegno; e neppure con la desidia, ossia lo “star sempre seduti”, il non far nulla. Al contrario con otium i Romani indicavano tutte quelle circostanze in cui si è liberi da impegni, siano essi politici, militari o religiosi. In questo senso l’ otium romano è una categoria molto bella perché non è morale, o moralistica, ma civile… ”

Ecco allora che si apre una possibilità.

Invece di sentirci schiacciati dagli impegni, e da noi stessi, l’ozio ci fornisce quello spazio interiore attraverso il quale possiamo rivedere i nostri impegni e buoni propositi, senza affondare e/o sentire un senso di sconfitta, laddove ci eravamo proposti dei buoni intenti.

Prima di prendere una decisione di abbandonare la Via, è sempre meglio condividere i propri dubbi, parlarne con i responsabili, chiedersi cosa sta succedendo dentro di noi.
Altrimenti quella piccola fiammella di dubbio e paura, non saremo più in grado di spegnerla, e allontanandoci dalla pratica, avremo perso una immensa possibilità di crescita spirituale e non solo.

Opulenza

Opulento dal latino opulentus, derivato di ops ,mezzi, ricchezza, potere’, col suffisso -ulentus, che indica abbondanza.

Assistiamo oggi in Europa, come negli Stati Uniti, a una crescita forte, di un processo che ha le sue origini negli anni 60, di un percorso moderno, della spiritualità orientale. Infatti non ci vuole poi molto per vedere il continuo prolificarsi, di scuole, metodi, percorsi, dottrine, che in qualche modo, sussistono l’orfano occidentale e moderno, ateo e non solo, alla sua crescita interiore, e per così dire, alla ricerca del dio che non c’è,nel tentativo e sforzo comune all’umanità di liberarsi comunque dalla sofferenza, intesa qui in ambito buddhista come dukkha (sofferenza )
Lo zen come ultimo arrivato e scevro, dai condizionamenti dogmatici, per anni ha goduto di una speciale riservatezza e autarchia. Una sorta di libertà anarchica, ( spesso male interpretata ) in cui ci si poteva avvicinare, senza sentirsi travolti, da ciò che era stato abbandonato in precedenza e nei secoli, con illuminismo prima, e dio è morto, successivamente. Un senso di quiete serena, dove l’altare spogliato, rimaneva essenza e simbolo di vuoto. Finalmente una spiritualità a cui ci si poteva rivolgere, senza la mediazione di un ente, o istituzione, e seppur presente, necessaria e primaria la figura del Maestro, questo io-tu, non era invischiato dalla politica, e ne tantomeno da ogni convenzione clericale e non solo.
E’ pur vero che questa apparente libertà, ha subito gli impulsi ambigui, della non codifica, e di un mancato percorso pedagogico. Troppi sono stati infatti gli abusi, e la prevaricazione, e non poche, le relazioni discepolo maestro cosi squisitamente dipendente e narcisista. Ma questo è un capitolo a parte. In ogni caso, gli stessi meccanismi sono comunque presenti, con l’aggiunta della clericalizzazione della spiritualità, che sempre piùalmeno qui in Europa si sta arricchendo di un qualcosa che tra l’altro non ci riguarda, in quanto occidentali, in quanto non giapponesi.
Sembra in questo senso che lo svestimento dell’altare, lo spogliarsi dell’io, perchè dio non c’è?, ma l’io lo ha sostituito, abbia avuto come tragica conseguenza, una iconografia ecclesiastica, a cui è impossibile sfuggire.
Il sorriso cardinalizio è di nuovo presente, e a mio parere (mi prendo le responsabilità ) del mio articolo, siamo ben lontani dalla genuina semplicità di Dogen, e per avvicinarci più a noi, dalle magnifiche e stupende parole di Kodo Sawaki.
Quello che noto, osservando il nuovo clero zen buddhista occidentale, è la manifestazione teatrale, di un qualcosa che è stato demonizzato prima, e riproposto poi, in chiave moderna, ( perseguendo un codice che lo si definisce zen giapponese, ma che di giapponese ha poco, in quanto a sua volta di origine cinese ), e quindi per nulla autentico almeno per noi, uomini senza un dio, di un qualcosa che in definitiva non ci appartiene come cultura, e ne tanto meno come tradizione. C’è stato negli anni, un appropriarsi del vuoto, inteso come vuoto di potere, e ci si è infilati, con la gentile concessione della Sotoshu (la chiesa zen giapponese ) per mettere un sigillo e un affermazione su quella libertà originaria, diventando così simili all’opulenza vaticana, anche se in forma minore, ma non per questo, meno pericolosa e personalmente lontana anni luce, dalla semplicità dello zazen.
Quello che contesto in questo articolo, èl’ambizione, la politicizzazione, la presa salda sul potere, che come ogni forma di potere, sugella se stesso, attraverso altro potere identico. Mi si può opporre, come argomentazione, che ogni struttura, necessita di una organizzazione, ed è vero. Ma tra l’essere semplicemente seduti, lontani dall’aspirare posizioni e cariche, praticando lo shikantaza e l’arrogante ambizione verso la punta della piramide, c’è una grandissima differenza.
Probabilmente il mio concetto, è utopistico, troppo anarchico e con una forma geometrica che non piace.
A proposito di forme geometriche, mi riferisco al cerchio così tanto decantato e idealizzato, da renderlo in questo modo così storpiato dall’ esser divenuto un triangolo.
Già ma alla fine è sempre la stessa storia, e permettetemi una battuta.
Il triangolo no, non l’avevo considerato.