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La Pace: l’aRmonIa nelle difFerénzE

Fin da piccoli, durante le feste natalizie ci dicono di essere più buoni, di creare pace e serenità intorno a noi. I giorni di festa diventano quindi un momento prezioso per approfondire il tema della pace, come creare pace, cosa vuol dire “pace”, quali sono i fondamenti della pace.

Alcune tradizioni buddiste fanno della pace nel mondo uno dei loro obiettivi fondamentali, nello zen, a dire il vero, a mia conoscenza, la pace nel mondo non viene enfatizzata, anche se non vi è alcun dubbio che il messaggio del Buddhae del Buddhismo come quello di tutte le persone spirituali e religioni sia un messaggio di pace. Purtroppo la storia ci impone di fare una profonda differenza fra persone spirituali e persone religiose, le prime, al di fuori del loro credo, sono portatrici di pace, perché hanno realizzato la pace interiore e non possono far altro che vivere in armonia con tutti gli esseri sensibili, le seconde sono portatrici di pace solo quando vivono la religione con spiritualità, altrimenti la religione diventa un mezzo ed un arma ancor più potente e pericolosa della più devastante bomba atomica.

La pace può essere definita come l’armonia tra le diverse razze, etnie e culture, e nel buddismo si basa su diversi principi.

Uno dei principali è la DIGNITA’dell’essere umano e di tutte le vite. Anche se può sembrare impopolare o troppo new age, spesso i buddisti sono vegetariani, non è obbligatorio in tutte le tradizioni, ma spesso lo sono e questa scelta nasce dal desiderio di evitare la sofferenza della morte agli animali, che non vuol dire affatto criticare coloro che non seguono questa scelta, al contrario, i veri vegetariani rispettano i non vegetariani, ma scaturisce proprio dal sentirsi un tutt’uno con gli altri esseri sensibili. Ancora più forte allora deve essere il rispetto di un uomo verso un altro uomo. Nel Sutra del loto la storia del Bodhisatva che non disprezzava mai è di ispirazione per comprendere cosa voglia dire rispettare ogni essere umano. Questi era famoso perché ogni volta che incontrava un altro essere umano, di qualsiasi estrazione sociale, amico o nemico che fosse, simpatico o antipatico, buono o cattivo, siinchinava con rispetto. Tutto qui. Adesso proviamo noi a inchinarci con rispetto, aprendo il nostro cuore in senso di reverenza ad ogni essere umano che incontriamo, proviamo ad immaginare che camminiamo per strada, un senza tetto con la bottiglia in mano, sporco, che emana pessimi odori si avvicina e noi invece di allontanarci ci inchiniamo totalmente pensando che anche lui condivide con noi la natura di Buddha, e poi pensiamo alla persona più importante come un Papa, un Dalai Lama, un Buddha o chiunque uomo che consideriamo importante, potente, degno di rispetto e ci inchiniamo; quanti di noi farebbero l’inchino con lo stesso spirito? Quanti realmente sarebbero in grado di non fare differenze considerandoli entrambi essere uomini di pari dignità?  EPPURE IL SOLE SCALDA TUTTI, non fa differenze fra pietre, piante o esseri umani, perché noi invece non riusciamo intimamente a vedere che siamo tutti uguali, tutti fratelli che condividono uno stesso pianeta? Il precetto di non uccidere è comeuna facile regola da seguire per non generaresofferenza, e nei momenti di smarrimento è sempre più sicuro seguire le regole, come quando si guida ubriachiè più sicuro rispettare i limiti che superarli, ma il precetto nasce dalla comprensione che tutti noi siamo dei Buddha, per cui dobbiamo inchinarci di fronte a qualsiasi essere vivente con rispetto, perché quella persona davanti a noi è BUDDHA. Questo comportamento sarebbe di per sé sufficiente a creare armonia fra le varie etnie e culture.

Ci sono altri punti fondamentali da comprendere ed interiorizzare se si vuole essere portatori di pace, innanzi tutto realizzare profondamente che siamo TUTTI DIVERSI. Per molti può sembrare banale, addirittura scontato, ma anche due gemelli omozigoti, cresciuti nella stessa famiglia con le stesse possibilità, non sono uguali. Il Buddha fa l’esempio della pioggiache bagna il terreno ed anche se la pioggiaè uguale per tutti, i semi cresceranno secondo la loro proprianatura. La comprensione e realizzazione della diversità è molto importante soprattutto quando ci rapportiamo con gli altri. Ognuno di noi ha dei propri valori che sono più o meno condivisi da un gruppo più o meno numeroso di persone. Questo non vuol dire nulla, non rende le persone di un gruppo uguali fra loro, non rende quei principi più veritieri dei principi di una sola persona. Ognuno di noi vede il mondo da un proprio punto di vistae nessuno potrà mai avere lo stesso punto di vista per quanto vicini siano le due persone. Per questo il saggio riesce a distinguere un AIRONE BIANCO che vola su una NUVOLA BIANCA, uguali ma diversi. Da una profonda comprensione della diversità ad esempio nasce un altro principio cardine del buddhismo, la verità deve essere sperimentata, ogni individuo deve fare esperienza della verità. Il Buddha stesso diceva: “non credete alle mie parole, ma sperimentatele”, possono funzionare o no, se funzionano seguitele, altrimenti provate un’altra strada, la strada di uno, anche se del Buddha, non per forza funziona per tutti. La comprensione e il rispetto della diversità di ogni essere umano ci rende umili ed insegna ad ognuno di noi di cercare la propria strada e di trasmetterla con molto garbo alle altre persone, perché magari la loro strada può essere diversa dalla nostra, ma funzionare nello stesso modo. Due girasolinei due emisferi opposti del mondo guarderanno sempre il sole, ma uno volgendosi a Nord e l’altro a Sud. Le guerre nascono spesso dal voler imporre la propria visione, ma pensate quanto sarebbe ridicolo se il girasole del Norddicesse a quello del Suddi girarsi dall’altra parte per vedere il Sole?

La diversità però non vuol dire una diversa possibilità di illuminarsi. Il Buddha ed il buddhismo credono profondamente sull’UGUAGLIANZAdi tutti gli esseri umani e degli esseri sensibili in generale, come possibilità a realizzarsi ovvero ad essere pienamente felici. Se la natura di Buddha permea ogni cosa, come possono essere alcuni esseri più natura di Buddharispetto ad altri? Nel buddhismo e nello zen ci sono moltissime storie che narrano dell’illuminazione di persone anche apparentemente non datate di quella rettitudine che ci aspetteremmo, come ad esempio ANGULIMALA, il tagliatore di dita, ma anche di RYUNIO, la figlia del re drago che raggiunge l’illuminazione a soli 8 anni pur essendo femmina. Se ci caliamo al tempo del Buddha, quando le donne non venivano considerate al pari degli uomini, affermare che l’illuminazione non era negata neanche ad una bambina voleva affermare in maniera rivoluzionariarispetto al pensiero del tempo che tutti gli uomini e donne di qualsiasi ceto o casta potevano aspirare all’illuminazione. Questo messaggio in realtà è trasversale alla maggior parte delle religioni.

Ogni principio buddista è permeato di pace, perché la felicità si può avere solo nella pace e nell’amore, ma la pace buddista non è l’assenza di forze, una realtà morta e pietrificata in cui le guerre non avvengono perché non c’è più movimento, per assenza di vita, ma al contrario è la pace data dall’armonia della diversità, un quadro di colori variopinti che si integrano e completano l’un l’altro.

Se pensiamo agli esponenti principali delle diverse religioni, Buddha per il buddhismo ad esempio e pensiamo a tutte le guerre che poi sono seguite fino ad arrivare alle due grandi guerre del secolo scorso, allora dobbiamo senza dubbio concludere, in maniera provocatoria, che tutti questi capi spirituali hanno fallito, nonostante il loro indiscusso spessore morale e capacità comunicative, nessuno di loro Dio, semi-Dio o uomo è riuscito ad impedire che le guerre avvenissero e come potremmo allora farlo noi?

Ma questa è solo una visione parziale della realtà, spesso noi applichiamo agli altri la nostra visione del mondo e con l’idea di pace non facciamo diversamente.

Esistono DUE TIPI DI PACE: quella esteriore e quella interiore. La pace esteriore è soggetta alla visione che ognuno di noi e ogni gruppo stato o continente ha della pace ed inoltre è soggetta alle regole della natura che in ultima analisi è l’impermanenza. Ciò che nasce, muore, in un continuo divenire, allora quello che possiamo fare è di armonizzarci alla natura ed inchinarci umilmente ad ogni essere vivente, sapendo nel cuore che non tutti faranno lo stesso. La pace esteriore, quella mondiale è come un voto irrealizzabile, ma che gli uomini devono continuare a perseguire, perché anche se non si arriverà mai alla fine, la direzione è quella giusta!

La pace interiore invece no, è totalmente realizzabile, ed ognuno di noi può realizzarla seguendo un cammino spirituale con cuore aperto ed onesto. I grandi maestri ci hanno insegnato la via per realizzare la propria pace interiore e la propria felicità, e come quando si suona uno strumento, la musica non resta confinata nelle dite del musicista, così la felicità e la gioia e la pace si diffondono alle persone che abbiamo accanto e anche alle persone lontane. Allora i grandi maestri NON hanno fallito, ci hanno insegnato che non è importante quello che avviene fuori, ma come noi reagiamo agli avvenimenti, se rispondiamo all’odio con odio, allora la guerra non finirà mai, se rispondiamo all’odio con amore, allora la GUERRA E’ GIA’ FINITA!

Horyu

Gli esseri umani sono speciali?

Mi hanno chiesto quale sia il punto di vista dello zen su questo tema: tra gli esseri sensibili solo gli esseri umani sono capaci di raggiungere l’obiettivo di ogni religione. Cosa rende gli esseri umani speciali dagli altri esseri viventi.

Questa domanda mi ha fatto pensare molto, sono veramente solo gli esseri umani capaci di raggiungere l’obiettivo dello zen? E qual è l’obiettivo dello zen? Perché gli esseri umani sono speciali?

L’esperienza comune ci dice che gli esseri umani sono diversi dagli animali in quanto hanno una coscienza più sviluppata, possiamo parlare agire riflettere, ed anche se è difficile realmente conoscere il grado di coscienza degli animali, non essendo un animale, di certo tutte le religioni sono basate e strutturate per gli uomini, non per gli animali, che spesso vengono sacrificati o considerati diversi se non inferiori all’essere umano. E’ lo zen uguale a tutte le altre religioni su questo argomento?

Lo zen come parte del buddismo è strutturato sull’idea dell’illuminazione, della realizzazione. IL Buddha storico Shakyamuni è colui che si è risvegliato, risvegliato ad una realtà più profonda, in cui il dolore non viene vissuto come sofferenza e le quattro grandi cause di sofferenza quali nascita, vecchiaia, malattia e morte non sono più vissute con sofferenza. L’idea stessa dell’ego viene messa in discussione e affermando la non sostanzialità dell’ego (non la sua non esistenza come funzione) viene meno la sofferenza perché non c’è nulla che soffre. Anche se questo concetto può sembrare difficile, in realtà quello che si afferma è semplicemente che si soffre perché siamo attaccati al nostro ego, ma se lo relativizziamo come parte del tutto e quindi lasciamo andare al nostra personale visione ego-centrata, non c’è più sofferenza e tutto ritorna nel suo stato naturale. Ogni giorno nel nostro corpo muoiono centinaia, migliaia di cellule, ma questo non ci crea alcun disagio, eppure ogni momento perdiamo una parte di noi stessi, senza alcuna sofferenza. Nello stesso modo nel mondo ogni momento che passa muoiono delle persone, degli animali o delle piante che però ci sono lontane o che neanche conosciamo e nello stesso modo questo non ci crea sofferenza. E’ molto diverso quando perdiamo ad esempio un arto, o una funzione del nostro corpo quale la nostra vista in cui la nostra integrità, quello che noi pensiamo essere il nostro ego viene danneggiato fino all’idea della nostra morte e nello stesso modo quando perdiamo una persona cara, un animale domestico o una pianta che abbiamo coltivato questo ci crea molta sofferenza. Il buddismo e lo zen, attraverso l’esperienza della meditazione, cercano di allentare questa morsa dell’ego che ragiona in termini di avere e possesso, per portarci ad una dimensione diversa, non ordinaria, ritornando alla dimensione della natura di Buddha, dell’autentica realizzazione, come fece il Buddha storico Shakyamuni.

La dimensione dell’illuminazione diventa quindi una realtà diversa dalla realtà ordinaria, e la condizione dell’illuminazione non risponde alla logica e alla rigidità delle parole, la quale può essere intuita, realizzata, ma che quando si spiega perde automaticamente la sua dimensione per rientrare nel mondo logico ordinario. E’ come spiegare il silenzio con le parole, posso dire che è l’assenza delle parole, è quando non ci sono più suoni, ma ogni volta che pronuncio una parola per spiegare il silenzio automaticamente il silenzio non c’è più, mentre quello che si può fare è l’esperienza del silenzio, così come si può fare l’esperienza dell’illuminazione, ed è per questo che lo zen come il buddismo mettono l’esperienza al centro del proprio sistema. Il Buddha diceva infatti “non credete alle mie parole, ma fatene esperienza”.

Il modo per entrare nella condizione di illuminazione è quello, secondo la tradizione Mahayana, di perdere la visione personale, e quindi la visione ego-centrata, per “vedere la realtà così come è”. Questa espressione viene utilizzata molto spesso dai maestri zen nelle loro risposte ed anche molte storie zen ne parlano. Ad esempio una storia racconta di un monaco che guarda il riflesso della luna su un lago, cade un sasso nell’acqua ed il monaco si risveglia, che può essere interpretata come la propria visione del mondo basata sull’ego (il riflesso della luna) viene per un secondo interrotta dall’esperienza dell’illuminazione, dalla visione del non io, e a quel punto compare la luna, la realtà così come è.

Dogen lo esprime chiaramente nel Genjokoan con la celebre frase: “Quando tutti i dharma (le cose, la realtà) sono (sono definite in base a) il Buddha-Dharma, allora esistono illusione/risveglio”, la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni. Quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull’io, allora non esiste l’illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l’estinzione”

In questo senso gli esseri umani sono diversi dagli animali o dalle piante, perché solo gli esseri umani, per quanto sappiamo o abbiamo fatto esperienza, possono realizzarsi, mentre è difficile se non impossibile sapere se questo è vero per gli animali, per le piante o per gli altri esseri senzienti. Nella cultura buddista è diffusa la visione della ruota dell’esistenza, composta dai sei mondi: il mondo dei Deva (degli dei), degli Asura (dei guerrieri o semidei), degli esseri umani, degli animali, dei gaki (gli esseri affamati) e dei demoni( gli spiriti infernali) e viene chiaramente detto che solo in quello degli umani è possibile raggiungere l’illuminazione. Nonostante nella visione dello zen questi mondi non sono dei mondi esistenti, ma delle condizioni che ha ogni essere umano, solo quando si è nel mondo umano, del piacere e del dolore, non troppo in basso in cui si è accecati dall’odio o dagli istinti animali e neppure troppo presi dalla propria soddisfazione dei bisogni e dei piaceri (i mondi divini) allora si è nella condizione giusta per raggiungere l’illuminazione, cioè uscire dal ciclo dell’esistenza.

Quando il Buddha si è illuminato sotto l’albero della Bodhi disse: “Meraviglioso! Meraviglioso! Ogni cosa così com’è è illuminata!”. Questa frase mette in luce da una parte l’importanza dell’esperienza, dall’altra una sostanziale non differenza fra gli esseri umani e tutto il resto. L’essere umano ha la stessa natura degli esseri senzienti e non senzienti, che è la natura di buddha.

Il termine “natura di buddha” ha diversi significati. Citando uno dei più grandi studiosi di Dogen, il prof. Tollini, la natura di Buddha originariamente significa “la natura del buddha, ossia quelle peculiarità̀ dei buddha e degli esseri illuminati che li distinguono dagli esseri ordinari, ovvero, quella qualità̀ insita negli esseri ordinari di svilupparsi e far sì che essi si trasformino in buddha, o esseri illuminati”. Quindi la natura di buddha è la potenzialità di ogni essere umano di diventare un buddha e in parte si contrappone alla visione di un nirvana fuori dal ciclo dell’esistenza, ma diventa una possibilità in questo mondo, in questa vita.

Il concetto di natura di buddha però si amplia e si trasforma e spesso viene usato con differenti accezioni. La natura di buddha, sempre citando Tollini, viene ampliato e portato dalla scuola Yogacara nell’ambito della sfera cognitiva dove indica quella condizione di non dualità contrapposta alla sfera cognitiva ordinaria della dualità e delle contrapposizioni e con questa concezione, la natura di buddha diventa illuminazione, quella condizione in cui non c’è differenza fra soggetto ed oggetto, libera dagli attaccamenti del proprio ego.

Secondo il Buddha, tutti gli essere senzienti hanno la natura di buddha o come dice interpreta Dogen sono la natura di buddha. In questa concezione la natura di buddha viene vista come una condizione originale immacolata che viene poi sporcata o persa successivamente, o detto in altro modo viene dimenticata. Nel Genjokoan, Dogen paragona la natura di Buddha alla natura del vento. Il discepolo chiede al maestro che si sta sventolando: perché se la natura del vento è permanente, e raggiunge ogni luogo, allora ti sventoli? Ed il maestro risponde: Anche se capisci il significato di permanente, non capisci ancora il significato di raggiungere ogni luogo. Qual è il significato di raggiungere ogni luogo – chiese allora il discepolo. Il maestro iniziò a sventolarsi. La natura di buddha è come il sole dietro le nuvole ed il ventaglio permette di togliere le nuvole per far splendere il sole, ma non vuol dire che il sole non esiste solo perché non lo vediamo. Usando il paradossale linguaggio zen, credo però sia necessario precisare che anche se nella pratica zen si cerca quotidianamente di “purificarsi” eliminando le impurità, questa è solo un lato della pratica, la così detta via graduale dello zen, per la via immediata non esistono impurità ed il sole e la nuvola non sono diversi, che vuol dire che le nuvole che coprono il sole hanno anche loro stesse la natura di buddha e non sono diverse dal sole. In definitiva quindi anche se per coloro che non sono illuminati esiste illuminazione e non illuminazione, purezza ed impurità, per coloro che sono illuminati tali distinzioni non esistono, perché come si diceva prima la via del buddha è quella che unisce le dualità, non le crea, ed è per questo che non è possibile spiegarla con le parole, ma se ne può fare solo l’esperienza.

Mi sembra chiaro quindi che gli animali come le piante e qualsiasi altro essere senziente e non senziente ha od è la natura di buddha, quindi si arriva alla domanda iniziale, cosa rende l’essere umano speciale o diverso rispetto agli altri esseri. Credo che la risposta sia molto semplice, l’essere umano è allo stesso tempo uguale e diverso dagli altri esseri, dipende solamente da che punto di vista lo guardiamo. Dal punto di vista assoluto, della natura di buddha, non esistono differenze, l’essere umano e tutti gli altri esseri, così come i fiumi e le montagne sono la natura di buddha, sono impermanenti e interdipendenti, soggetti alle stesse regole, creare anche la più piccola differenza sarebbe come dire che le persone dell’est non hanno la natura di buddha! Ciò nonostante gli esseri umani sono anche diversi dalle altre specie, hanno una coscienza diversa e le religioni sono il frutto della coscienza dell’essere umano. Quando Dogen dice “Quando tutti i dharma (le cose, la realtà) sono (sono definite in base a) il Buddha-Dharma, allora esistono illusione/risveglio, la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni”, intende dire che se vediamo il mondo con gli occhi della filosofia buddista allora tutti i fenomeni esistono, esiste la pratica ed esiste l’illuminazione, allora pratichiamo per illuminarci, ci sventoliamo per raggiungere la natura del vento, è colui che pratica e cerca di eliminare le nuvole per vedere il sole, allora sì, gli esseri umani sono diversi da tutti gli esseri senzienti, ma è il buddhista che guarda il mondo con gli occhi del buddhismo, è l’ego che crea il mondo secondo le proprie idee, è la carta geografica del mondo che per quanto accurata sia non è il mondo che rappresenta. Ma è solo quando la nostra rappresentazione della realtà viene meno, l’immagine della luna riflessa sul lago si rompe, “quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull’io”, che la realtà appare per quella che è, che “non esiste l’illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l’estinzione”.

Non so se sia corretto, ma questo è il mio grado di comprensione ad oggi.

 

Horyu

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English translation

 

I was asked what is the Zen point of view on this subject: among human beings only human beings are capable of achieving the goal of every religion. What makes special humans from other living beings?

This question made me think a lot, are really only human beings capable of achieving the goal of Zen? And what is the goal of Zen? Why are human beings special?

The common experience tells us that human beings are different from animals because they have a more developed consciousness, we can speak, act, think, and even if it is difficult to really know the degree of consciousness of animals, not being an animal, certainly all religions are based and structured for human beings, not for animals, which are often sacrificed or considered different if not inferior to human beings. Is Zen the same as all other religions on this subject?

Zen as part of Buddhism is structured on the idea of ​​enlightenment, of realization. The historical Buddha Shakyamuni is the one who reached the enlightment, awakened to a deeper reality, where pain is not experienced as suffering and the four great causes of suffering such as birth, old age, illness and death are no longer experienced as suffering. The idea of ​​a permanent ego is questioned and by stating that the ego is not substantial (but it works as a function), suffering itself does not exist anymore, because there is nothing that suffers. Although this concept may seem difficult, in reality what is stated is simply. We suffer because we are attached to our ego, but if we relativize it as part of the whole and then we let go our personal ego-centered vision, there is no more suffering and everything returns to its natural state. Every day hundreds of thousands of cells die in our bodies, but this does not create any discomfort, yet every moment we lose a part of ourselves, without suffering. In the same way in the world every passing moment people, animals or plants die, but because they are distant or because we do not know them, in the same way this does not create suffering. It is very different when we lose, for example, an arm, or a function of our body such as our sight, or when we lose the integrity of our body, or when we are ill, close to die, and in the same it is different when we lose a beloved person, a pet or a plant that we have cultivated. All these things make us suffering. Buddhism and Zen, through the experience of meditation, try to loosen this grip of the ego, which acts according having or loosing, and bring us to a different, non-ordinary dimension, returning to the dimension of Buddha-nature, of authentic realization, as did the historical Buddha Shakyamuni.

The dimension of enlightenment thus becomes a reality different from ordinary reality, and the condition of enlightenment does not respond to the logic and rigidity of words. The reality can be intuited, realized, but not explained. When the reality is explained, automatically it loses its dimension of non-duality to re-enter in the ordinary logical world. It is like explaining silence with words, I can say that it is the absence of words, it is when there are no more sounds, but every time I say a word to explain silence, silence is no longer there, the only way to understand the silence is to experience it, to drop any words. In the same way, the only way to understand the enlightenment, is to experience it by meditation (zazen) and this is the reason why Zen (and the Buddhism) places experience at the center of its system. In fact, the Buddha said: “do not believe my words, but experience them”.

The way to enter the condition of enlightenment is, according to the Mahayana tradition, losing the personal, ego-centered point of view, to “see reality as it is”. This expression is very often used by Zen masters in their answers and also many Zen stories try to help us to better understand it. For example, a story tells of a monk who looks at the reflection of the moon on a lake, falls a stone in the water and the monk awakens. A possible meaning of this story is that when the personal monk vision of the world based (the reflection of the moon) drops because of the stone, the vision of reality comes up (the real moon). In other words, the reality (the moon) is not our rappresentation of the moon (the image of the moon on the lake).

Dogen clearly expresses it in Genjokoan with the famous phrase: “When all dharmas (things, reality) are (are defined according to) the Buddha-Dharma, then there is an illusion / awakening, the practice, the birth, the death, all Buddhas and ordinary people. When the multitude of phenomena are not based on the ego, then there is no illusion or awakening, there are no Buddhas or ordinary people, there is no birth or extinction ”

In this sense, human beings are different from animals or plants, because only human beings, as far as we know or have experienced, can be realized, while it is difficult if not impossible to know if this is true for animals, plants or for other sentient beings. In Buddhist culture the vision of the wheel of existence is spread, composed of the six worlds: the world of the Deva (of the gods), of the Asuras (of warriors or demigods), of human beings, of animals, of gaki (the hungry beings) and of demons (the infernal spirits) and it is clearly said that only in the human realm is possible to attain enlightenment. Although in the vision of Zen these worlds are not existing worlds, but are conditions of every human being, only when a person is in the human realm, made by pleasure and pain, no blinded by hatred or by animal instincts and not even too attached to own satisfaction of needs and pleasures (the divine worlds), just in that case a person is in the right condition to attain enlightenment, which means to get out of the cycle of existence.

When the Buddha awaked under the Bodhi tree he said: “Wonderful! Wonderful! Everything as it is, is illuminated! “. This phrase highlights on one side the importance of experience, on the other a substantial no-difference between human beings and everything else. Human beings have the same nature as sentient and non-sentient beings, which is the Buddha nature.

The term “buddha nature” has different meanings. Citing one of the greatest researchers of Dogen, the prof. Tollini, Buddha’s nature originally means “the nature of the Buddha, ie those peculiarities of buddhas and enlightened beings that distinguish them from ordinary beings, that is, the quality inherent in ordinary beings to develop and make them become buddha, or enlightened beings “. So the Buddha nature is the potentiality of every human being to become a Buddha and in part is opposed to the vision of a nirvana outside the cycle of existence, but becomes a possibility in this world, in this life to reach the enlightment.

By time, the concept of buddha nature develops and changes and is often used with different meanings. The Buddha nature, always quoting Tollini, is expanded and brought by the Yogacara school in the cognitive sphere, where it indicates that condition of non-duality opposed to the ordinary cognitive sphere of duality. According to this meaning, the Buddha nature becomes enlightenment , that condition in which there is no difference between subject and object, free from the attachments of one’s ego.

According to the Buddha, all sentient beings have the Buddha nature or as Dogen said they are the Buddha nature. In this meaning, the Buddha nature is seen as an original immaculate condition which is then dirtied or subsequently lost or otherwise forgotten. In Genjokoan, Dogen compares the Buddha nature to the nature of the wind. The disciple asked the master who is fanning: “if the nature of the wind is permanent, and reaches every place, then why do you fan?” And the teacher answered: “Even if you understand the meaning of permanent, you still do not understand the meaning of reaching every place”. “What is the meaning of reaching every place?” – the disciple asked then. The teacher began to fan. The Buddha nature is like the sun behind the clouds and the fan allows us to remove the clouds to make the sun shine, but it does not mean that the sun does not exist only because we do not see it. Using the paradoxical Zen language, however, I think it is necessary to clarify that even if in Zen practice we daily try to “purify ourselves” by eliminating impurities, this is only one side of the practice, the so-called gradual way of zen, for the immediate way do not exist impurities and the sun and the cloud are not different, which means that the clouds that cover the sun also have the Buddha nature and are not different from the sun. Both visions coexist in the zen practice and there is no opposition between these two opposite points of view. Ultimately therefore, even if for those who are not enlightened there is no illumination and no illumination, purity and impurity, for those who are enlightened such distinctions do not exist, because as we said before the way of the Buddha is the way which merges dualities, does not create dualities and this is why it is not possible to explain it by words, but only experience of it can be made.

It therefore seems clear to me that animals like plants and any other sentient and non-sentient beings have or are Buddha’s nature, so we go back to the initial question, what makes the human being special or different from other beings. I think the answer is very simple, the human beings are at the same time the same and different from other beings, depends only on what point of view we are looking at it. From the absolute point of view of the Buddha nature, there are no differences, the human being and all other beings, as well as the rivers and mountains are the Buddha nature, they are impermanent and interdependent, subordinated to the same rules, and to create even the smallest difference would be like saying that the people of the east do not have the buddha nature! Nevertheless, human beings are also different from other species, they have a different conscience and religions are the fruit of human consciousness. When Dogen says “When all dharmas (things, reality) are (are defined according to) the Buddha-Dharma, then there is illusion / awakening, practice, birth, death, all Buddhas and ordinary people “, Means that if we see the world through the eyes of Buddhist philosophy then all phenomena exist, there is practice and there is illumination, then we practice to enlighten us, we fan to reach the nature of the wind, we practices to eliminate clouds to see the sun, then yes, human beings are different from all sentient beings, but it is the Buddhist who looks at the world with the eyes of Buddhism, it is the ego that creates the world according to its own ideas, it is the map of the world that however accurate it is not the world it represents. But it is only when our representation of reality drops, when the image of the moon breaks, “when the multitude of phenomena are not based on the ego”, that reality appears for what it is, that “it does not exist illusion or awakening, there are no Buddhas or ordinary people, neither birth nor extinction “.

I do not know if it is correct, but this is my degree of understanding to date.

 

Horyu

La Pratica

Nella pratica dello zen si dice sempre di abbandonare i propri desideri, guardarli, osservarli e lasciarli andare. Questo è vero, dobbiamo abbandonare tutti i desideri tranne uno: il desiderio di risvegliarsi.

Alla fine Huike raggiunse la dimora di Bodhidarma, ma non gli fu concesso di entrare. Bodhidarma non si girò nemmeno. Per tutta la notte Huike non dormì, non si sedette, non si ripose. Rimase fermo in piedi fino all’alba. Per tutta la notte nevicò e la neve sembrava non avere pietà di lui, accumulandosi sempre più in alto fino a seppellirlo all’altezza dei fianchi. Ogni lacrima congelava e vedendo le sue lacrime gelate, Huike versava ancora più lacrime. Guardando il suo corpo, Huike pensò: “un cercatore nel passato ha spezzato le sue ossa, estratto il midollo e prosciugato il suo sangue per nutrire le persone affamate. Un altro ricercatore ha posato i propri capelli sulla strada infangata per lasciare passare il Buddha. Un altro ha gettato il suo corpo dalla rupe per nutrire le tigri affamate. Essi erano così. Chi sono io allora?”. Così la sua aspirazione divenne più forte.
Coloro che studiano oggigiorno dovrebbero ricordare queste parole: “Essi erano così. Chi sono io allora?”. In questo modo Huike rafforzò la sua aspirazione per il dharma. Non si preoccupò di essere rivestito di neve. Quando ci immaginiamo il calvario di quella notte, siamo presi dal terrore.
All’alba Bodhidarma prese atto del gesto di Huike e chiese: “Cosa cerchi? Perché sei stato fermo sotto la neve per tutta la notte?” Versando ancora più lacrime, Huike rispose: “Tutto quello che desidero è che tu apra per compassione la porta della dolce rugiada in grado di risvegliare molti esseri”. Bodhidarma rispose: “L’insuperabile, l’inconcepibile via di tutti i buddha deve essere praticata duramente e tenacemente per molti kalpas. Tu devi sopportare ciò che non è sopportabile. Ma se lo desideri solamente con una piccola virtù, con poca saggezza, con una mente distratta e arrogante, allora sprecherai il tuo tempo”.
Allora Huike si sentì incoraggiato da queste parole e senza farsi vedere prese un coltello affilato, si tagliò il braccio sinistro e lo offrì a Bodhidarma. “Quando i buddha hanno inizialmente cercato la via, essi hanno abbandonato la loro forma corporea. Adesso che vedo la tua determinazione, sei invitato a seguire la Via qui”.
Allora Huike fu accolto da Bodhidarma, seguendolo diligentemente per otto anni.

Dogen conclude dicendo: Huike fu indubbiamente un esempio e una grande guida da seguire per gli esseri umani e per i deva. Una così insuperabile diligenza non è mai stata vista prima né in India né in Cina. Quando si tratta di “sorridere”, dovremmo studiare Mahakashyapa, quando si tratta di raggiungere il midollo, dovremmo studiare Huike.

Nel Fukazazenji Dogen scrive: “Considera il Budda Shakyamuni che fu illuminato fin dalla nascita; ancora oggi puoi vedere gli effetti del suo sedersi per sei anni. E Bodhidharma che ha trasmesso il sigillo della mente; ancora adesso puoi sentirne la sua risonanza per aver guardato il muro per nove anni. Questi antichi saggi si esercitavano in questo modo. Come possono le persone di oggi astenersi dalla pratica?

Se tutti questi grandi saggi ci esortano a praticare, chi siamo noi per arrenderci al primo ostacolo, come possiamo smettere appena il vento della nostra vita cambia direzione? Adesso ci sarà un mese di pausa dalla pratica, ma la vera pratica non finisce mai, è ogni giorni, in ogni momento della vita. Auguro a tutti noi di poter continuare a praticare con la stessa costanza e la stessa diligenza di Huike e dei cercatori antichi.

Il dito e la luna

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito

In questa storia spesso ci identifichiamo con il saggio che indica la luna ma non viene compreso dalle persone che sono accanto, altre volte, intellettualmente, ci identifichiamo con lo stolto che non riesce a vedere la luna nonostante gli sia indicata. Tutti noi praticanti zen siamo stolti che non vedono la luna nonostante sia stata indicata chiaramente dai maestri e dal buddha, ma oggi vorrei soffermarmi su un altro lato di questa storia, il saggio che indica la luna, mentre lo stolto gli guarda il dito. Una parte difficile di questa storia è quello di non essere capiti, di convivere con persone che non vedono nonostante gli si indichi la via da seguire. Questa esperienza l’abbiamo fatta tutti, I genitori con I figli, gli insegnanti con I propri studenti o semplicemente quando diamo indicazioni e vediamo che gli altri non le rispettano. Tutti noi siamo sia saggi che stolti. Quando siamo saggi dobbiamo praticare la pazienza, una delle sei paramita, delle sei virtù insieme al dono, I precetti, la diligenza, la saggezza e il samadhi. Ognuno di noi ha le proprie visioni e le proprie teorie su cui costruisce la propria vita, alcuni iniziano a praticare lo zen e abbracciano la filosofia buddhista. Il Buddhismo ci insegna il non attaccamento, la non sostanzialità dell’ego, il lasciare la presa. Quando vediamo le persone soffrire vorremmo dirgli, non soffrire, non ce ne è alcun bisogno, tutto è impermamente, è l’idea del tuo ego che ti fa soffrire, è l’attaccamento a questo o quello che crea sofferenza. Ma le persone spesso non capiscono, ci prendono per matti, e anche se indichiamo la luna loro non vedono al di là del proprio naso. Questo ci aiuta a sviluppare un’altra virtù, quella della pazienza. Le cose non vanno come noi vorremmo, non basta dire che bisogna costruire una strada per farla o come si dice nello zen non basta pronunciare il nome dell’acqua per dissetarsi. Le situazioni, le azioni nostre e degli altri dipendono da milioni di cause, personali, sociali e politiche. Nel buddhismo parliamo di karma. Ogni nostra azione è legata a chi la compie con la sua biografia e ad un determinato momento storico. Per questo motivo quando indichiamo la luna dovremo dare una direzione al nostro dito se siamo ad est ed un’altra se siamo ad ovest. Per questo dovremo considerare se la persona davanti a noi è pronta ad accettare quello che stiamo per dire. In un sutra il buddha dice chiaramente che prima di intavolare una discussione chiedetevi se la persona è pronta a cambiare idea e se noi siamo pronti a cambiare idea, altrimenti non perdete tempo. Questo vuol dire di rimando che non sempre è possibile cambiare le altre persone anche se quello che proponiamo è giusto, magari non è semplicemente il momento giusto. Tutto questo per me ha un forte risvolto sociale. Lo zen come tutte le altre vie veramente spirituali non si propone di dare soluzioni, indica un percorso, ma non dà soluzioni facili, dicendo cosa sia giusto o sbagliato, questo si deve fare o quello non si deve fare, cerca di far sviluppare in ognuno di noi la mente di buddha, cerca di far realizzare ognuno di noi con le proprie caratteristiche in armonia con tutti gli altri. Spesso nella società vediamo situazioni che non ci piacciono, che vorremmo cambiare, vorremmo gridare per svegliare le altre persone, ma in realtà siamo noi che non siamo in grado di accettare che esistono anche cose che non ci piacciono, esistono anche crudeltà a cui non siamo pronti. Esistono tante storie al riguardo, la celebre frase di Dogen anche se li amiamo I fiori muoiono, anche se le detestiamo le erbacce cattive crescono, oppure la storia del discepolo che voleva seguire il mastro mendicante e che all’offerta da parte del maestro di mangiare il pasto del barbone morto accanto a lui rifiuta perché non è in grado di mangiare il pasto di un morto.
La vita ci offre molte occasioni per praticare la pazienza e il solo fatto di indicare la luna non ci rende maestri se non sappiamo praticare la pazienza, ci rende semplicemente diversamente illusi, praticanti che credono di conoscere la realtà. Il praticante zen continuerà a indicare la luna nonostante gli altri possano non vederla, ma proprio perché non è un sognatore, ma un praticante zen, cercherà di volta in volta di trovare I mezzi più abili per permettere agli altri di vederla, raffinerà I suoi mezzi con la compassione del buddha avalokitesvara, sempre usando la compassione e la pazienza. La domanda forse è per quanto tempo siamo in grado di tenere il dito alzato ad indicare la luna.

 

Horyu

Tosan e i cinque ranghi

Poesia

Rango uno. Il parziale dentro il completo.
All’inizio della terza guardia notturna, prima che si manifesti la luce lunare.
Non stupitevi anche se incontrandovi non vi riconoscete.
Nascosta nel cuore ancora alberga la nostalgia dei giorni passati.

Rango due. Il completo dentro il parziale.
Una vecchia dormiglione incontra un vecchio specchio.
Chiaramente vede il suo volto che non è altro che quello cui somiglia.
Tuttavia sbaglia testa e non cerca di riconoscere quell’immagine.

Rango tre. Pervenire dentro il completo.
Dentro il nulla vi è un sentiero che porta lontano dalla polvere. Se soltanto ti astieni con attenzione dal presente tabù del nome, allora, tacitando tutti, supererai in abilità coloro delle passate generazioni.

Rango quattro. L’arrivo dentro il parziale.
Due spade incrociano le loro punte, non serve evitarle.
Colui che è abile è piuttosto come un loto dentro il fuoco.
Proprio così, in modo naturale lo spirito si innalza fino al cielo.

Rango cinque. L’andare dentro entrambi.
Non cadendo dentro a esistenza e non esistenza, chi lo può eguagliare?
Gli esseri umani desiderano a tutti costi uscire dal costante flusso.
Ma dopo aver fatto tanto, alla fine si torna a sedersi sulla brace
.

Questa poesia descrive il rapporto tra l’assoluto e relativo, cioè tra il completo ed il parziale, la dimensione assoluta dell’illuminazione ed i molteplici fenomeni della realtà.

La prima fase, il rango uno, è quando siamo nell’oscurità, nella notte, all’inizio della terza guardia notturna quando ancora non è presente la luce lunare. In questa fase, non siamo in grado di riconoscere il nostro vero sé, perché siamo ancora troppo attaccati ai giorni passati, cioè al nostro io illusorio costruito fin dalla nascita.

Nella seconda fase, una vecchia dormigliona, il nostro vero io, è ancora troppo assonnato per potersi riconoscere anche quando si vede riflesso in uno specchio, e per questo confonde la propria immagine con quella di qualcun altro. Abbiamo ancora bisogno di tempo per poter vedere.

Nella fase successiva, il terzo rango, abbracciamo e seguiamo la via del vuoto, che ci porta a ad andare oltre ai nostri concetti, abbandonando la mente discriminante che attribuisce nomi a cose, sensazioni, persone.

Ma anche se siamo sulla buona strada, siamo ancora lontani dalla meta, perché ad un certo punto arriverà una sfida, due spade che si incrociano. Proprio in quel momento, non dobbiamo scappare, ma attraversare quella difficoltà come un fiore di loto attraversa il fuoco senza esserne bruciato. Questo è un momento molto importante nella pratica di tutti noi.

L’ultimo rango, la quinta fase, è quando dopo essere usciti fuori dal parziale, percorso l’assoluto, ritorniamo nel parziale con la consapevolezza dell’assoluto. L’ultimo verso della poesia dice infatti che colui che va al di là dell’esistenza e della non esistenza diventa ineguagliabile. Anche se gli esseri umani desiderano a tutti costi uscire dal flusso della nascita e della morte, cioè rimanere nello stato assoluto, il vero praticante è colui che dopo aver fatto tanta strada torna a sedersi sulla brace, cioè torna a vivere nel mondo dell’illusione.

Dogen esprime lo stesso concetto nei primi due versi del Genjokoan quando dice: quando tutti Dharma sono il Buddha Dharma, c’è illusione e realizzazione, pratica, vita e morte, Buddha ed esseri viventi. Quando i 10.000 Dharma sono privi di un sé fisso, non c’è né illusione né realizzazione, né Buddha né esseri viventi, né nascita né morte.

Non pensiare che queste siano solo disquisizioni mentali queste fasi le passiamo ogni momento. Ad esempio, quando veniamo per la prima volta alla Dojo, siamo solo degli individui e non vediamo in noi la natura del Sangha. Dopo che frequentiamo il Dojo per un po’ di tempo, diventiamo familiari con il concetto di Sangha, ma ancora non riusciamo a vedere noi stessi come parte del Sangha. Se proseguiamo a praticare, iniziamo ad agire in armonia con gli altri, ci armonizziamo nei gesti, nei canti, nella pratica. Abbandoniamo il nostro ego e diventiamo il tutto, siamo finalmente Sangha. Ma siamo ancora a metà del nostro cammino, basta uscire dalle porte del Dojo per veder ricomparire il nostro ego ordinario. Facciamo ancora distinzione tra la nostra vita ordinaria al di fuori del Dojo e la vita armoniosa e unitaria all’interno del Dojo. Poi nascono I conflitti, la nostra idea di armonia e unità vengono messi in crisi anche all’interno del Dojo, e non ci riconosciamo più come parte del Sangha. A questo punto possiamo percorrere due strade, fuggire e cercare da un’altra parte, perseguendo la nostra idea personale, o attraversare I fuochi dell’inferno come un fiore di loto. Se rimaniamo all’interno, abbandonando anche l’idea di un Sangha e di un non Sangha, di un me e deglif altri, di un Dojo e di un mondo ordinario, allora diventeremo veramente un Sangha rimanendo noi stessi, ed anche uscendo dalle porte del Dojo, nel mondo delle illusioni, vivremo all’interno del Sangha, ci comporteremo come se stessimo all’interno del Dojo.

Horyu

 

*Ispirato dal libro di A. Tollini, la via dello zen.

Le Quattro Nobili Verità

Il primissimo insegnamento del Buddha verteva sulle Quattro Nobili Verità, che rappresentano il fondamentale contributo del buddismo all’etica e sono: 1) la sofferenza esiste (o tutto è sofferenza), 2) la sofferenza ha delle cause, 3) la sofferenza può essere superata (o la sofferenza ha una fine), 4) esiste un sentiero che porta alla cessazione della sofferenza: il Nobile Ottuplice Sentiero. Vengono dette Nobili perché alleviano le persone dalla sofferenza.

Il messaggio è molto semplice, la sofferenza esiste ma possiamo fare qualcosa per lenirla e creare felicità. Spesso nel buddhismo si parla più di sofferenza che di felicità, ma l’una e l’altra sono legate come ci insegnano bene le Quattro Nobili Verità.

Ogni verità è interdipendente dalle altre se veramente, profondamente se ne comprende una, allora tutte le altre saranno automaticamente comprese. Ad esempio: se comprendiamo che ogni cosa può generare sofferenza (Prima Nobile Verità) allora capiamo nello stesso modo che attraverso ogni cosa possiamo far cessare la sofferenza ovvero creare felicità (Terza Nobile Verità); nello stesso modo se realizziamo quali sono le cause che generano la sofferenza ad esempio l’attaccamento, l’avversione o la non comprensione dell’impermanenza e dell’interdipendenza (Seconda Nobile Verità) allora possiamo evitare di generare sofferenza evitando di seguire le sue cause, ma ci incammineremo invece sulla strada del Nobile Ottuplice Sentiero, andando verso la felicità.

In questo modo la comprensione delle Quattro Nobili Verità diventa dinamica: da un lato c’è la sofferenza e dall’altro la felicità (Prima e Terza Nobile Verità), poli opposti di uno stesso cammino chiamato vita, e le nostre azioni, le nostre scelte ci spingono verso l’una o l’altra direzione (Seconda e Quarta Nobile Verità). In ogni momento, quindi, in ogni istante ognuno di noi sceglie che via seguire e automaticamente, inevitabilmente o genera la propria e altrui sofferenza o la riduce fino ad eliminarla. Il buddhismo non vede difatti un Dio esterno a cui rendere conto, ma siamo noi stessi attore e pubblico del teatro della nostra vita. Nonostante ci siano delle linee guida da seguire come i precetti, l’ottuplice sentiero, i sutra, nel buddhismo non c’è un Bene o un Male Assoluto e questo lascia molta discrezionalità alle persone. Alcuni potrebbero pensare che sia il mondo dove tutto è possibile, dove ogni azione sia giusta e giustificabile, ma è esattamente il contrario, queste persone difatti non sono diverse da persone cieche che corrono dentro ad una cristalleria, si comportano come mosche intrappolate nella ragnatela che si divincolano per liberarsi non facendo altro che legarsi sempre di più alla rete della sofferenza.

Praticare zazen è accrescere la propria consapevolezza, è iniziare a vedere che la sofferenza non è solo quella della Grande Nascita e della Grande Morte, ma ogni momento, ogni respiro, ogni passo durante il Kin Hin è una nascita ed una morte, ed è il nostro atteggiamento mentale, la nostra presenza mentale che farà di quello un passo vero la sofferenza o un passo verso la felicità.

Piano piano apriamo gli occhi e vediamo tutti i cristalli che stiamo urtando, causati da una parola sgradevole detta in un momento di rabbia o da una parola non detta che si è trasformata in lontananza e perdita, od ancora da una distrazione che ha causato un vero e proprio disastro.  E’ una grande responsabilità vedere le cause e gli effetti delle nostre azioni e come anche azioni piccole di nessun conto agli occhi dei più possano invece essere la causa o concausa di effetti disastrosi e portatori di sofferenza.

Nell’immobilità dello zazen, invece, tutti i fili della ragnatela verrano recisi e saremo veramente liberi. Lo zen ci rende responsabili delle nostre azioni. Ognuno di noi è responsabile della propria felicità e della propria sofferenza, ognuno di noi, in ogni singolo momento decide se seguire la condotta che porta alla sofferenza sviluppando attaccamento egoistico ed avversione oppure se impegnarsi nel cammino dello zen comportandosi nel modo giusto (retta parola, retta azione, retto modo di vivere), applicandosi costantemente alla meditazione (retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione) e sviluppando saggezza (retta visione e retta motivazione).

Quindi in fin dei conti la domanda è: adesso in questo momento ed in questo momento ed anche in questo momento che strada voglio seguire?

 

Josuel Shindo

(Ispiratosi dal testo “Le quattro Verità dell’esistenza” del maestro Thich Nath Han)

La via della Pace è la via dell’Amore

Troppo spesso nello zen ci si concentra sull’impermanenza, sulla non sostanzialità dell’io e ci si dimentica di parlare dell’Amore, non dell’amore passionale, sessuale, ma dell’Amore gentile di quell’amore che si prova per tutti gli esseri sensibili dell’amore universale.

Nella scuola buddista esistono le quattro virtù buddiste o le quattro immisurabili, emozioni divine, sublime attitudini dette brahmaviharanas. Esse sono l’amore gentile o la benevolenza (metta), la compassione (karuna), la gioia empatica (mudita) e l’equanimità (upeksa).

Un buon praticante le dovrebbe coltivare ogni giorno, perché oltre a creare gioia ed armonia intorno, rendono felici chi le pratica, dando un senso di gioia e benessere che prova colui che dà senza alcun desiderio di ottenimento.

Nel Karaniya Metta Sutta il Buddha espone la sua visione dell’amore universale e dice che tutti coloro che praticano il bene e conoscono la via della pace dovrebbero comportarsi come segue:

– “essere abili e retti”, colpisce molto la parola abile, che evoca gli abili mezzi del Buddha che se non fossero accompagnati dalla rettitudine potrebbero diventare pericolosi, abili, per praticare la via della pace bisogna essere abili per affrontare gli innumerevoli ostacoli che si pongono sul sentiero della pace e solo con l’abilità affiancata dalla rettitudine si possono rimuovere con saggezza le impervietà della via;

– “chiaro nel parlare”, le ambiguità portano a cattiva comprensione e spesso vengono usate per nascondere noi stessi, o la nostra ignoranza, piuttosto che per gentilezza nei confronti dell’altro, quando non parliamo chiaro non siamo sulla via della pace;

– “contento e facilmente appagato”, chi è nel retto sentiero non ha molti desideri, solo quei bisogni basilari (magiare, bere, riposare, un sano affetto) che si soddisfano con poco, quando si hanno troppi desideri allora anche la felicità è difficile da raggiungere;

– “non oppresso da impegni e di modi frugali” e credo che queste parole risuonino come un monito in molti di noi che sono oberati di impegni e vivono una vita sempre più frenetica e che ci allontana dalla vera felicità;

– “calmo e discreto, non altero o esigente” spesso vogliamo essere sopra gli altri per acquisire certezze e prestigio e questo ci rende alteri arroganti, facendoci perdere la nostra discrezione e calma, il Buddha ci riporta chiaramente allo stato originario, non c’è nulla da ottenere, nulla è mancante, non c’è bisogno di apparire o di elevarsi sopra gli altri, anzi quando lo facciamo ci allontaniamo dalla pace e portiamo disarmonia. Rimaniamo calmi, centrati, pochi bisogni facili da realizzare, nulla di impossibile da raggiungere questo è il modo per essere felici e per creare quell’armonia ed amore universale con gli altri, d’altra parte basta provare il contrario per vedere cosa succede;

– “incapace di fare ciò che il saggio poi disapprova” cioè agire con saggezza in ogni momento, i rimorsi ed i rimpianti ci legano al passato e ci allontanano dalla felicità

Nei primi versi il Buddha non parla di amore universale ma di come essere felici, è come se l’unico modo di amare, premessa imprescindibile per essere gentili, sia quello di essere felici. D’altra parte quando si è calmi si trasmette calma, quando si è gioiosi si trasmette gioia, il capitano sicuro trasmette sicurezza, il guerriero coraggioso trasmette coraggio, l’uomo di pace trasmette pace.

Dopo aver parlato di come raggiungere il benessere, la pace interiore, il Buddha augura a tutti gli esseri di essere felici e sicuri, sicuri perché la sicurezza del corpo anche se effimera è uno di quei bisogni essenziali che se non soddisfatti come la fame o la sete o l’affetto, diventa un ostacolo al raggiungimento della pace.

Poi l’augurio del Buddha si estende a tutti gli esseri sensibili siano essi deboli o forti, grandi o possenti, alti medi o bassi, visibili e non visibili, vicini e lontani, nati e non nati. Questi versi sono straordinari! Proviamo a viverli e ad augurare il benessere e la pace a tutte le persone, non solo ai nostri cari, ma anche ai nostri nemici a quelli che ci hanno fatto del male o che invidiamo. Proviamo ad augurare il bene a coloro che intralciano il nostro ego che sia carriera, realizzazione, felicità. Ci rendiamo conto che spesso è facile augurare benessere ai nostri cari, perché li vediamo parte di noi, è come se ce lo augurassimo a noi stessi, mentre è più difficile augurarlo ai figli del nostro peggior nemico, perché vorrebbe dire aumentare gli ostacoli del nostro ego. Quante è difficile augurare benessere alle persone sporche, ai margini della società, che puzzano e che ci maledicono o quanto è difficile augurare benessere a colui che ha rubato, ucciso, stuprato. Eppure l’amore universale non vede barriere, si posa su tutti come il sole illumina tutto senza distinzioni. Spesso ci comportiamo come se questo mondo finisse con la nostra morte, ma se si augura il bene a quelli che nasceranno allora si rispetta l’ambiente perché si vuole dare un ambiente migliore a coloro che verranno. Le parole del Buddha, brevi e poetiche, racchiudono l’essenza dell’amore universale, la mente che non distingue, la realizzazione di un ego non sostanziale, non distinto dagli altri.

Poi ci mette in guardia da quelle emozioni ed atteggiamenti che ci ostacolona la via e che possono essere viste come spie che in quel momento non stiamo praticando l’amore universale ed allora è meglio stare fermi. Nessuno – dice – inganni l’altro, lo disprezzi, provi odio od ira o ne auguri il male.

L’amore verso tutti deve essere come quello di una madre che protegge con la sua vita il suo unico figlio, in questo modo, con il cuore aperto si deve aver cura di ogni essere vivente irradiando amore sull’universo intero.

La pratica della Metta (dell’amore gentile) deve essere praticata sempre (fermi o camminando seduti o distesi) cioè in tutte le posizioni di meditazione e deve diffondersi in ogni luogo, e in ogni momento, incessantemente senza torpore.

E poi conclude dicendo che il puro di cuore, non legato ad opinioni (quante volte le nostre opinioni, così effimere e vane non ci fanno vedere l’altro) dotato di chiara visione e libero da brame sessuali non tornerà a nascere in questo mondo.

In conclusione il Buddha dice che la pratica dell’amore universale è la realizzazione stessa.

Questo sutra riveste un ruolo centrale nella pratica di tutti noi, ci esorta a non rendere la nostra pratica egoistica ed individualistica, ma ad aprirla a tutti gli esseri sensibili, perché solo chi pratica la metta è sul sentiero della pace, e per questo spesso il maestro Roland Yuno Rech dice che chi non pratica la gentilezza non è un suo discepolo, perché la gentilezza, l’amore gentile è una delle virtù insite nella pratica di zazen.

Josuel Shindo Ora

 

(il sutra in italiano è disponibile https://www.piandeiciliegi.it/it/testi-e-documenti/52-metta-sutta)

cOrPULENZA – commento a “opulenza”

Dal lat. corpulentia, der. di corpus -ŏris ‘corpo’ •sec. XIV. Grossezza pronunciata del ventre; per estensione imponenza

La pratica spirituale nasce da una ricerca interiore, da un senso di malessere, insoddisfazione, di separazione dal resto, di sofferenza, di dukkha. La ricerca è individuale, lo sforzo è individuale, ci si siede da soli sullo zafu per praticare zazen e nessun altro, nemmeno il Buddha in persona può farlo per noi. Il cerchio, il simbolo della realizzazione, dell’uno e del due che si fonde in unità nel non uno non due. Una ciotola e un kesa, null’altro.

In questa ricerca spirituale ci sentiamo soli, abbiamo bisogno di qualcuno, qualcosa che ci sostenga, i saggi del passato, le tradizioni, altri praticanti, un maestro. Il Buddha stesso ha seguito dei maestri prima di illuminarsi. Ed allora nascono i dojo con l’intento dichiarato di aiutare gli altri, di diffondere lo zen, di praticare insieme, ma anche con intenti meno luminosi quali vedere dove stanno gli altri e quindi io, esercitare il potere spirituale sugli altri, sentirsi piccoli maestri. Nasce la voglia di essere riconosciuti, quel riconoscimento che non ci danno i genitori, la società, la famiglia. Fa parte del percorso spirituale, non si attraversa un fiume senza bagnarsi e per arrivare sull’altra sponda troppa acqua dobbiamo ancora bere. E poi proprio l’acqua che beviamo e che ci bagna, che pensiamo che sia dannosa in realtà se usata bene è la fonte principale di risveglio.

Perché pratichiamo? Per essere riconosciuti, per comandare, per insegnare, per avere un posto nella società, per stare con gli altri? Nella pratica individuale, nel silenzio e nell’immobilità di zazen queste illusioni, questi bonno, scompaiono e rimane solo la pratica, nel suo cerchio che non inizia e non finisce.

Ma gli zafu aumentano, le vesti ed i kesa si colorano e compaiono i primi bastoni e ventagli. E’ difficile rimanere nel cerchio, è scomodo rimanere nel cerchio meglio la piramide, soprattutto se sono in alto. La società zen prende corpo, diventa sempre più grande e corpulenta, cento, mille zafu, il Giappone ci coccola è difficile rimanere cerchio.

D’altra parte una società ha bisogno di organizzazione, di regole, finché ero da solo al dojo potevo alzarmi ed uscire, adesso dobbiamo armonizzarci, in senso orario per entrare ed antiorario per uscire. Prima potevo mangiare come volevo, adesso una ciotola, poi due tre quattro cinque ciotole. Tutto questo serve per non distrarsi, per rimanere concentrati … ma quanto è bello il potere della conoscenza. Non importa che lo zen dica di bruciare i libri, IO conosco le regole e gli altri no, IO vi dico come si fa, IO sono quello riconosciuto che può decidere.

E così il cerchio è semplicemente il ricordo ed il pensiero del triangolo, senza alcuna autenticità.

Ma il pugno può sempre ritornare mano aperta, basta che lasci andare la presa, se una stanza è stata buia per secoli, basta un secondo di sole per illuminarla. E così come bambini che giocano da soli tutti insieme nella Via, è possibile praticare insieme nella solitudine del proprio zafu.

Non confondiamo una pratica individuale con una pratica individualista! Non permettiamo alle nostre paure di bloccarci, e non temiamo di far male, anche il Buddha ha praticato l’ascetismo, se sbagliamo facciamo gassho, e proviamo un’altra strada. Gli zafu aumentano e qualcuno deve pur organizzare la nuova società, è una sfida difficile, molte forme spirituali sono fallite proprio a questo livello, ma qualcuna ce l’ha fatta.

Giapponesizzare lo zen occidentale? Forse, ma non credo. Occidentalizzare lo zen giapponese? Se voleste comunicare con un italiano gli parlereste forse latino? La lingua non cambia lo spirito, altrimenti cosa avrebbero di comune Buddha, Bodhidarma e Dogen?

Questa è la nostra sfida, dopo la venuta dello zen in Occidente e la sua diffusione, adesso bisogna consolidarlo, ma come? A carnevale il cerchio si traveste da triangolo, e si diverte a mascherare i triangoli da cerchio, qualcuno ne rimane incastrato ma sempre con lo spirito della goccia d’acqua che sa che prima o poi si ricongiungerà nell’immensità dell’oceano.

 

Josuel Shindo Ora

Aggiornamento dall’Associazione Meditazione Zen Roma

Ciao a tutti,

per coloro che non l’avessero ancora fatto, vi consiglio di vedere questo video e di diffonderlo, è un piccolo mezzo per diffondere non tanto il nostro centro quanto lo Zen o meglio qualsiasi forma di spiritualità che possa donare pace e armonia alle persone e quindi a tutti gli esseri.

Anche se forse un po’ goffa, quando si diventa monaci non ci insegnano a fare interviste, è uno dei piccoli strumenti per dare alle persone un’opportunità in più.

A breve ci sarà la pubblicazione di un libro del nostro maestro Roland Yuno Rech (tradotto in italiano) e sicuramente organizzeremo qualche evento invitando maestri da fuori per diffonderlo e soprattutto per poter approfondire alcune tematiche molto importanti dello zen: perché se siamo tutti buddha dobbiamo praticare? Perché se il risveglio è immediato, pratichiamo costantemente zazen?

Se avete tempo sentitevi l’Hannya Shingyo che abbiamo recitato al festival dell’oriente con i compagni di pratica di Alba.

A presto

Josuel Shindo Ora

Zen e salute

ZEN e SALUTE

 

In preparazione per il festival d’oriente.

Molti si avvicinano alla meditazione per avere un beneficio sulla salute. Quanto c’è di vero in questo? Cos’è la salute, cos’è la malattia? Questo articolo cerca di mettere in luce i punti di contatto tra la liberazione dalla sofferenza della via spirituale e la ricerca della salute. Lasciate un vostro commento.

 

Zen e salute, due vie alcune volte molto diverse

 

La tradizione narra che la ricerca del Buddha è iniziata quando dopo essere uscito dalla sua reggia, il Buddha Shakyamuni incontra un vecchio, un uomo malato e un uomo morto. Questi tre incontri fanno nascere nel Buddha la comprensione che tutta la vita dell’uomo è fonte di sofferenza.

 

La prima nobile verità: Tutto è sofferenza (Dukka). La nascita è sofferenza, la vecchia, la malattia e la morte.

 

La ricerca del Buddha si basa quindi sulla ricerca della verità ultima che libera l’uomo dalla sofferenza.

 

Cosa c’è in comune nella nascita, nella vecchia, nella malattia e nella morte? Sono quattro diversi stati della vita dell’uomo permeati dall’impermanenza. Ogni momento passa, adesso non siamo quelli che siamo pochi istanti fa, ma la nascita, la morte la vecchiaia e la malattia sono quattro diversi momenti in cui è come se ci fosse una lente d’ingrandimento sull’impermanenza e l’impermanenza genera sofferenza e attaccamento.

 

La ricerca del medico è invece diversa. Quando si studia medicina, qualsiasi tradizione si segua, si studiano le leggi della natura e si cerca di sfruttarle o modificarle per raggiungere quel obiettivo chiamato salute. La definizione di salute è molto complessa e prendendo a prestito le parole dell’Organizzazione Mondiale della Sanità viene definita come: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. La salute è quindi un prerequisito che permette agli esseri umani di poter svolgere a pieno le proprie attività sociali, psichiche e fisiche.

 

La ricerca del medico è quindi completamente diversa da quella che ha fatto il Buddha e si basa su presupposti completamente diversi.

 

Ho letto che il Buddha nella sua vita soffrì di mal di schiena e morì di gastroenterite. Non so se sia vero, ma è esperienza comune di tutti quelli che praticano qualsiasi forma di meditazione avere dolori articolari, muscolari. Il maestro Deshimaru e altri praticanti sono morti di tumore. Il maestro Daiso Eka, secondo patriarca della tradizione zen, si amputò un braccio per essere accolto da Bodhidharma. Questo storie, come il taglio delle palpebre o del dito, simboleggiano la determinazione necessaria nella pratica, ma se le vediamo nell’ottica della salute, non coincidono esattamente con l’idea che abbiamo di benessere.

 

 

Le illusioni del concetto di salute

 

Ritornando ai tre incontri significativi della vita del Buddha, il vecchio, il malato ed il corpo esanime, un altro elemento significativo è che sono esattamente le tre condizioni che oggigiorno le persone vogliono evitare a tutti i costi.

 

La ricerca dell’immortalità, come rappresentato dal mito dei vampiri, o dell’eterna giovinezza, caratterizzano la maggior parte dei nostri atteggiamenti nei confronti della salute. Quanti di noi cercano di apparire più giovani o appena hanno qualche problema prendono una compressa, si rivolgono al proprio farmacista o medico affinché non siano limitati nella propria vita quotidiana da qualcosa che non vedono come propria. Per non parlare della grande questione della morte che prima o poi tutti noi dobbiamo affrontare se non l’abbiamo già fatto.

 

La ricerca della medicina è focalizzata nel non far accadere le malattie, ad esempio i vaccini, le terapie preventive, nel risolvere il prima possibile le malattie acute (antibiotici) e nel ridurre le complicanze delle malattie croniche (antiipertensivi) con l’obiettivo ultimo di ritardare la morte. E quando questo ritardare la morte porta a delle condizioni peggiori della vita stessa allora si parla di eutanasia, che è l’atto estremo volto a riparare ai danni di questa ricerca infinita di procrastinare la morte.

 

Ma cosa c’è dietro a tutta questa ricerca? L’obiettivo della medicina è di contrastare l’impermanenza. Si usano tutte le energie e forze per far sì che l’impermanenza influisca il meno possibile sulla vita della persona, o meglio si cerca di dare l’illusione che l’impermanenza non influisca sulla vita delle persone tranne per quel piccolo effetto collaterale che ancora non si è riusciti a risolvere che è la morte.

 

La ricerca del Buddha, secondo questo punto di vista, è quasi antitetica a quella della medicina detto in altro modo la medicina cerca di risolvere il problema dell’impermanenza, il Buddha cerca di curare l’atteggiamento dell’essere umano nei confronti dell’impermanenza.